«La corruzione però, illustrisima collega, non è soltanto quella per danaro. C’è pure quella fatta di pressioni, per i favori dati e ricevuti, quella che si subisce per ricatti o fatta per dispetto. Poi, c’è quella dell’anima ammalata, che è corruzione propria della mente.
Corrompe il giudice anche l’ideologia, per non parlar del desiderio d’eccellenza, e corruttore è l’ambito proscenio della stampa e delle televisioni.
E quando tutto questo manca? Non manca mai il potere che è sempre un poco arbitrio. Perché se non è arbitrio ma che potere è? E l’arbitro assoluto è lui, soltanto lui».
La Trama
La condanna a tre anni, sei mesi e 15 giorni di reclusione inflitta all’ex presidente vicario del Tribunale Civile di Milano, Diego Curtò; il caso delle carte truccate nel concorso del 2003 per uditore giudiziario, con l’uscita dalla magistratura del commissario d'esame, dottoressa Clotilde Renna, alto magistrato di Salerno, che a maggio 2003 aveva cercato di favorire una candidata già bocciata agli scritti; il caso infine dell'avvocato Pierpaolo Berardi, che per oltre una decina di anni ha sostenuto, con abbondanti pezze di appoggio, che le prove scritte per accedere in magistratura nel concorso del 1992 non furono del tutto corrette; le molteplici interrogazioni di Niki Vendola su questo stesso concorso durante il quale gli elaborati furono corretti in pochi minuti.
Questo ed altro, (leggi i continui casi di incriminazioni di magistrati come le attuali indagini in corso sulla presidente di sezione del Tribunale di Vibo, Patrizia Serena Pasquin, arrestata nel novembre 2006 su ordine della Dda di Salerno) hanno indotto Gaetano Montefusco ad affrontare il tema della selezione dei magistrati e della loro possibile corruzione.
Montefusco non afferma che i magistrati italiani sono corrotti, ma che anche i magistrati sono uomini e tra di loro ci sono dei corrotti e che la loro selezione deve essere diversa, non solo affidata ad un concorso.
I Personaggi
Carmela Lo Scalzo, avvocato
«Da Manfredo ho lavorato per qualche anno ed è molto, molto bravo. Una persona perbene e cortese. Un vero gentiluomo, con un solo difetto. Nonostante non sia più un ragazzo ha un debole per le donne deboli e io, che proprio una roccia non sono, ho preferito andarmene e mettermi uno studio in società con Sergio.
Riccardo D’Aulisio, il marito
«Grazie ai giornali e alle televisioni, tutti sanno chi sei. Fabbri, Sergio, chi altri Carmen? Chi altri? Carmè, lo sa tutta Napoli che ho le corna!»
Stefano Fabbri, l’ingegnere
«Avvocato,prima ancora che una questione giuridica, questa è una vicenda umana. Mi serve sì un legale ma, ancor di più, mi occorre una persona leale e molto sensibile. Chi più di una poetessa?»
Fabrizio Vinzoni, il socio
Ho chiesto consiglio a quel magistrato che abita nel mio palazzo. Gli ho raccontato tutto. Stiamo operando bene. Dobbiamo però procurarci da qualcuno i soldi per quei due creditori e per il terreno. Lui conosce un finanziere importante.»
Salzano, il maresciallo
«Nonostante una decina di procedimenti penali, aperti da anni contro di lui, il professor Bellizzi è ancora incensurato.
Per diventare pregiudicati, in Italia, è necessaria una sentenza definitiva e sono molti gli anni che passano per arrivarci attraverso i canonici tre gradi di giudizio: primo grado, appello e cassazione.
Con un buon avvocato Bellizzi morirà incensurato.»
Marianna de Vivis, la poetessa
«Carmen, io ho studiato con attenzione il problema. Quella dei giudici è una vera e propria casta e tutti quelli che cercano di controllarne il potere, se li trovano immediatamente contro e ne escono schiantati. Anche i parlamentari, Carmen!»
Avv. Manfredo, il legale esperto.
«E pur non avendo responsabilità sarai sempre colpevole. Se assolta in primo grado interporranno appello. E non si fermeranno! Arriveranno fino in Cassazione. Dopo anni di cause, non ti crederà più nessuno anche se vincerai. Assolta in giudizio ma colpevole. Chi fatica ad essere prosciolto subito è sempre condannato per metà.»
Il giudice del palazzo
«Un giurista, ferrato nella sua materia, deve saper motivare correttamente qualunque tesi, anche se non la condivide. Proprio per questo ciascun giudice deve essere preparato, preparatissimo. Non dimentichi quanto è difficile il concorso per diventare magistrato.Abbiamo assolto un tizio che è colpevole?»
IL CLIENTE
Ho sempre amato gli uomini insicuri. Il loro impaccio nelle necessità quotidiane esalta le mie attitudini organizzative e mi solletica l’istinto materno.
L’ingresso dell’ingegner Stefano Fabbri nel mio studio mi provocò perciò un sensibile disagio. Il suo portamento elegante e un fisico scattante denotavano, infatti, una percepibile risolutezza.
Poggiò sulla scrivania una mazzetta di banconote e, senza convenevoli, ma con garbo, sussurrò:
«Avvocato, sono diecimila euro d’acconto.»
Massimo mi aveva anticipato che si trattava di un cliente importante. Ebbi comunque un sussulto.
«Le chiedo di ascoltarmi con attenzione.»
Deglutii per l’emozione. Mi alzai per chiudere le imposte e bandire dalla stanza il frastuono del traffico.
«Diecimila d’acconto e quarantamila per il saldo, avvocato.»
M’impedì di replicare.
«Mi riservi questo pomeriggio. Ho bisogno di parlarle a lungo.»
Tacqui e mi voltai verso il computer.
Lui allungò il collo, per sbirciare sul video, mentre aprivo l’agenda dei miei impegni.
Non avevo alcun appuntamento.
Con un gesto della mano chiesi un attimo e sollevai il telefono:
«Daniela, non mi passi telefonate. Nessuna! Preghi tutti i clienti in attesa di tornare un altro giorno.»
«Ma avvocato, non c’è nessuno.»
«Tutti, ho detto tutti!» replicai irritata.
«Sarò occupata con l’ingegnere tutto il pomeriggio.»
Mi accesi una sigaretta e provai, per la prima volta da quando l’uomo era entrato, a dir qualcosa.
Non ebbi modo di aprir bocca. Fabbri parlava senza sosta. Mi riferì di un fallimento dichiarato in suo danno per un errore giudiziario, dei sacrifici e dei debiti contratti, da lui e dal suo socio con un usuraio, per uscire da quella situazione. Sciorinò una serie di cifre e di nomi e, poi, parlò di un suolo che volevano sequestrargli, della morte del suo socio, della vedova e della figlia di costui.
A tratti facevo fatica a seguirlo ma raccontava le cose in maniera toccante. Rivelò anche doti oratorie non comuni, intrattenendomi sulla corruzione che affligge i pubblici poteri, e dichiarò la sua scarsa fiducia nei giudici e in quanti altri dovrebbero amministrare la legge.
Tenni alta l’attenzione per ore e mi commossi visibilmente allorché fece cenno a una malattia mortale che lo affliggeva.
Questo suo segno di debolezza affievolì il disagio iniziale e, quando infine mi parve chiaro il motivo di quella visita, cominciai a rilassarmi.
Non durò niente. Mi precipitò subito nel panico.
Era venuto da me perché aveva letto il mio libro di poesie.
IL LIBRO DI POESIE
Inizialmente non si raccapezzava. Un avvocato poeta, per lui, era un ossimoro. Leggendo qua e là tra i miei versi, però, riteneva di aver trovato qualcosa della sua storia.
«Avvocato,» mi chiarì, avanzando coi gomiti sulla scrivania «prima ancora che una questione giuridica, questa è una vicenda umana. Mi serve sì un legale ma, ancor di più, mi occorre una persona leale e molto sensibile. Chi più di una poetessa?»
Sbiancai in viso.
Non ho mai scritto una poesia in vita mia e mi ero completamente dimenticata di quel libro.
Ora vi spiego.
Mi chiamo Carmela Lo Scalzo e ho trentasei anni.
Ho studiato al liceo classico Genovesi e mi ero appena iscritta all’università quando mio zio Peppino mi trovò un lavoro di segretaria, presso un legale suo amico.
Sono quasi venti anni che frequento il tribunale e, anche se non mi sono laureata prestissimo, ho cominciato con molto anticipo a fare l’avvocato, di stramacchio e prima ancora di discutere la tesi.
La mia vita professionale non è mai stata molto emozionante. Mi occupo d’infortunistica stradale e di recupero crediti.
Sergio Capasso, da due anni mio socio di studio, è un drago coi “tozza-tozza”, come, con disprezzo, si definiscono le pratiche dei sinistri stradali.
Io mi dedico un po’ più al recupero crediti.
Roba semplice, in prevalenza ricorsi di fallimento e insinuazioni al passivo nelle procedure fallimentari.
È Massimo D’Aulisio, il fratello di mio marito Riccardo, il nostro principale canale di clientela. Dirige il servizio recupero crediti di un’importante industria alimentare di Verona e indirizza al nostro studio molti dei suoi colleghi di aziende d’ogni tipo.
Coi fallimenti si recupera poco o niente ma gli imprenditori del nord hanno interesse, per motivi di bilancio, ad intervenire nelle procedure concorsuali. Così scaricano fiscalmente le perdite.
Ogni tanto, a parte le consuete seccature di amici e parenti, mi arriva qualche incarico dalla sezione fallimentare.
Alcuni giudici delegati sono sensibili al fascino femminile e nonostante sappiano che sono sposata c’è chi non se ne cura.
Il loro modo immediato di corteggiare una professionista è affidarle qualche pratica. Ogni giudice delegato gestisce migliaia di incarichi, alcuni molto lucrosi, e può rappresentare una fonte di guadagno notevole.
Più di una collega e molte commercialiste sono disposte ad allacciare rapporti di sincera amicizia con magistrati che non si limitano alla funzione giudicante dovendo amministrare, con l’ausilio di curatori fallimentari, ingenti patrimoni.
Averne qualcuno come amico è un obiettivo ambito.
Anche i curatori, una volta entrati stabilmente nelle grazie di questo o di quel giudice, gestiscono sostanziose briciole di potere. Potere derivato, di seconda mano, ma a volte ancora consistente e anche loro sono, diciamo così, molto cordiali con le donne piacenti e sono pronti ad indicarne il nominativo per qualche incarico.
Non so se posso definirmi bella ma non mi sono mai mancati stuoli di corteggiatori. Neanche adesso.
Quand’ero più ragazza era una pacchia. Bastava un sorriso per ottenere incarichi e favori.
Ora è un po’ cambiato.
Non solo perché, da quando si è sparsa la voce di questa cuccagna, sia aumentato a dismisura il numero delle concorrenti, ma per ben più solidi motivi.
Le donne magistrato.
Fino a una ventina d’anni fa erano una rarità. Col tempo sono aumentate e oggi si avviano a divenir maggioranza e, con loro, il mio fascino non conta.
Qualche volta è addirittura controproducente.
Così gli incarichi della fallimentare sono diminuiti e, se non fosse per mio cognato Massimo, si sarebbero ridotti anche i guadagni.
Quando l’ingegner Fabbri si è rivolto al mio studio, per una questione così delicata, sono rimasta inizialmente stupita.
Sono cose da grossi studi, da legali di grido, papaveri delle università oppure avvocati ex-magistrati con agganci dovunque.
Ma lui voleva altro.
«Voglio qualcuno che abbia un’anima oltre al cervello!» precisò.
«Cercavo già un avvocato donna perché non riconosco doti di sensibilità a un professionista di sesso maschile» aggiunse.
Il fatto, poi, che io fossi anche autrice di un libro di poesie, lo aveva determinato nella scelta.
E qui torniamo al libro di poesie.
Avevo ventidue anni quando ho incontrato Riccardo, mio marito, ed è stato amore a prima vista. Lui, pur non avendo completato gli studi superiori aveva, e ha, una vera e propria mania per gli scrittori.
L’’ho conosciuto che aveva otto anni più di me e faceva l’autista per un piccolo editore, nella zona dei decumani. È sempre stato un uomo molto timido, perché sensibile e profondo, e in uno dei primi incontri mi confessò che detestava le donne fatue.
Io che, essendo molto allegra, temevo di non essere presa in considerazione, mi sarei persino trasformata in scrittrice, pur di avere Riccardo, ma non ce ne fu bisogno.
Marianna de Vivis, la mia migliore amica di scuola, che oggi insegna lettere al liceo di Giugliano, scriveva stupende poesie d’amore per un ragazzo che non la degnava di uno sguardo.
«Marianna», le chiesi «posso regalare qualche poesia a Riccardo, spacciandola per mia?»
«Certo!» rispose carezzandomi col suo sguardo dolce.
E così, poesia dopo poesia, Riccardo, che con me sembrava di ghiaccio, si sciolse e mi cadde in braccio.
Abbiamo vissuto giorni incantevoli, in quei primi mesi, e il maggior orgoglio di mio marito, anche quando poi mi sono laureata in giurisprudenza, è stato sempre quello di avere sposato una poetessa.
È grazie a ciò che, nonostante il suo carattere serio e riservato, riesce a tollerare la decappottabile, che mi hanno regalato mammà e zio Peppino, e il mio kaninchen. Quando d’estate suscito l’invidia dei villeggianti di Baia Domitia, scorrazzando con la cabrio grigio metallizzata, oppure quando vado in giro con Ava al guinzaglio, lui l’accetta.
Afferma che sono stravaganze da poeta.
È stato proprio Riccardo a pensare di far stampare un libro con le poesie che gli avevo regalato, ed è lui che lo pubblicizza, distribuendone copie ad amici e parenti.
Io evito con cura di parlarne, sostenendo che si tratta di peccati di gioventù, e mai e poi mai avrei pensato che un giorno potessi prendere un cliente per quel volumetto.
Ora che, però, l’imponderabile era accaduto, dovevo essere pronta a fronteggiare quella situazione inaspettata.



