Comuni in Bancarotta - Un esercito di 25 mila creditori è in rivolta contro le numerose amministrazioni che, grazie a un'apposita legge, non pagano più i debiti. La maggior parte dei casi è concentrata nel Sud, ma non mancano esempi al Nord. E a Napoli la magistratura indaga.
di Francesco Anfossi - Famiglia Cristiana n. 22 del 29.5.1996
Lunedì 3 maggio 1993: per il Consiglio comunale di Napoli è stato il giorno della “Grande Magia”. Con una sua delibera tutti i debiti accumulati in trent'anni sono stati cancellati come per incanto. Merito di una legge varata pochi giorni prima dal Parlamento, quella sul dissesto finanziario degli enti locali, che permette a un ente locale che ha fallito di congelare tutto e ripartire da zero. E i debiti? Ci avrebbe pensato una commissione straordinaria nominata dal presidente della Repubblica, con un mandato preciso: accertare le cifre in rosso, dismettere terreni, edifici e altri beni alienabili del patrimonio comunale, accendere, se i beni dismessi non bastano, un mutuo a carico dello Stato. E, alla fine di tutto, liquidare i creditori.
Un classico finale a “tarallucci e vino”, come hanno scritto i giornali dell'epoca, degno di Pulcinella. In realtà la commissione liquidatrice si è scontrata con un muro di gomma. L'amministrazione e l'ufficio crediti del Comune hanno misteriosamente insabbiato fascicoli e procedure senza collaborare con la commissione. Basti pensare che in tre anni sono state definite 104 pratiche su diecimila. Alla fine la commissione ha chiesto l'intervento della magistratura, che ha aperto un'inchiesta. “Purtroppo”, spiega il sostituto procuratore Arcibaldo Miller, che ipotizza il reato di omissione di atti d'ufficio, “il problema principale riguarda i debiti fuori bilancio. I funzionari si rifiutano di firmarli e la legge su questo punto non è chiara. Si tratta di stabilire se la loro certificazione è un atto dovuto o no”.
Dopo l'entrata in campo della magistratura, l'amministrazione ha fatto un altro miracolo: in pochi giorni sono stati trasferiti all'ufficio liquidatori 350 dipendenti. Anche se i creditori napoletani continuano a non vedere una lira.
Quello di Napoli, coni suoi 10 mila creditori, è il caso più drammatico, ma non è certo il solo. Il 5 per cento dei Comuni italiani ha dichiarato la bancarotta e invocato la legge sul dissesto per l'impossibilità di far fronte ai debiti. Nel Sud si può parlare di crisi endemica: in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria, le dichiarazioni di dissesto hanno riguardato tutte le province. Il record assoluto è della Calabria, dove sono in fallimento 119 Comuni su 409. Oltre il 10 per cento dei Comuni italiani è sull'orlo della crisi e un altro 33 per cento è in disavanzo economico.
Una crisi che ha messo in ginocchio anche l'economia locale, visto i crediti non pagati dagli enti (in totale 12 mila miliardi di lire) fanno migliaia di imprenditori. Molti titolari di imprese, inoltre, ricorrono all'usura. “Si va dallo strozzino quando si è convinti di poter onorare il debito. Ed è proprio il caso di un imprenditore che aspetta di essere risarcito da un'amministrazione comunale. Il creditore di un ente pubblico dissestato è meno tutelato del creditore di un imprenditore fallito e nel contempo è sbeffeggiato dal suo debitore, che non solo non lo paga ma, forte dell'autorità che deriva alla legge, lo vessa con maggiori imposte e tasse”. La requisitoria non è di un magistrato ma di un avvocato. Gaetano Montefusco, animatore di un comitato cui fanno capo i 25 mila creditori sparsi in tutta Italia e ora in rivolta contro i sindaci, che ha organizzato una “Carovana del dissesto” itinerante per sensibilizzare l'opinione pubblica.
Del comitato da parte Giuseppe Di Domenico, ex titolare di due imprese di servizi, vincitore di una gara d'appalto per la pulizia del Palazzo di giustizia napoletano. La sua vicenda è emblematica: “Il contratto dell'appalto veniva rinnovato continuamente attraverso proroghe, in attesa di una delibera che ratificasse il tutto e ordinasse i pagamenti. L'assessore all'Edilizia pubblica mi diceva: lei vada avanti, la delibera arriverà. E io sono andato avanti per anni. Pagavo gli operai coni fidi bancari. Il Comune mi deve complessivamente un miliardo e ottocento milioni. Quando è stata fatta la delibera ed è arrivato il mandato di pagamento alla tesoreria, il Comune ha dichiarato il dissesto finanziario. Tutto congelato. Da allora è iniziata la spirale del fallimento: ho liquidato gli operai, ho ipotecato tutto, compreso la casa, mi hanno ritirato il libretto degli assegni e carta di credito. Sono fermo da tre anni. Lo stesso Comune debitore si trasforma in vessatore, perché mi impedisce di fare le gare d'appalto, poiché non ho più garanzie contributive e fiscali adeguate. Rischio perfino il carcere”.
“I cittadini dei Comuni dissestati” incalza Montefusco, “credono che il problema riguardi i soli creditori. Non sanno che per legge il sindaco deve portare al massimo le tasse comunali. Tra Iciap, Ici, tassa sullo smaltimento dei rifiuti e altri servizi, ogni cittadino paga in media un milioni in più all'anno”.
Ma perché un Comune si ritrova in dissesto? Di solito per le spese eccessive del personale, spesso in sovrannumero per le assunzioni clientelari o la gestione allegra. “Ma al momento di pagare i conti i sindaci invocano la legge che congela tutto. E così a rimetterci sono imprenditori, librai che non vengono risarciti della cedola dei libri di testo, contadini che si sono visti espropriare i terreni. Intendiamoci: la legge prescrive che i debiti vengano saldati. Ma questi, in pratica, vengono dilazionati sine die. Inoltre un decreto di prossima attuazione potrebbe congelare il pagamento degli interessi, in spregio a una recente sentenza della Consulta”.
Prima di far ricorso ai mutui della Cassa depositi e prestiti dello Stato un Comune in dissesto deve vendere tutto il vendibile. Pannarano, un paese alle porte di Benevento con un miliardo e ottocento milioni di deficit, ha rischiato di mettere all'asta addirittura una montagna, quella del Partenio, 1.452 metri d'altezza, la punta più alta della Campania. “La cittadinanza è scesa in piazza” spiega il sindaco Salvatore Carruba, “per noi quella montagna è tutto, è una parte di noi stessi. E invece rischiava di scomparire dalla speculazione edilizia. Poi, per fortuna, alcuni anziani del Comune si ricordarono che esisteva una legge regia del 1940 che dichiarava inalienabili i terreni adibiti a legname e al pascolo. E così la montagna è rimasta ai cittadini”.
C'è perfino un Comune che dopo il dissesto si è risanato e che pur avendo il bilancio in attivo non può pagare i creditori: quello di Ischia. Il suo sindaco, Giovanni Buono, sottolinea un'altra incongruenza. “Alcuni creditori, le cui pretese non possono essere soddisfatte dalla commissione liquidatrice, hanno chiesto il pagamento all'amministrazione corrente e i pretori hanno assegnato loro le relative somme. C'è una violazione della par condicio e un paradosso: dove c'è il riconoscimento dell'ente i creditori non vengono pagati; dove invece il riconoscimento c'è, sono i giudici che ci impongono di risarcirli. E così il Comune rischia un secondo dissesto”.
L'avvocato Gaetano Montefusco, a nome di tutti i creditori napoletani, si è rivolto all'attuale sindaco Antonio Bassolino, che con il dissesto e i debiti pregressi non c'entra ma, accusa il legale, “ritiene di accettare l'eredità che si è trovato con beneficio di inventario. E sì che Bassolino ha sempre vantato il miracolo finanziario della sua amministrazione. Ma quale miracolo? Se non si pagano i debiti, chiunque è bravo a risanare i bilanci. I Comuni o le Province possono fallire, non pagare i debiti pregressi e farne di nuovi emettendo i buoni ordinari comunali che non si sa se rimborseranno. A quando una bella legge sul congelamento del debito pubblico dello Stato?”.



