da il Roma del 10 aprile 2002
di Rodrigo Rodriguez
L'affaire Capodichino | I retroscena della gestione dello scalo aereo napoletano ceduti a prezzi stracciati alla compagni inglese
Gesac-Baa, scandalo da 210 miliardi
Napoli. Gesac, Boc e Anm: un “trittico” di denunce, tutte firmate dal Comitato napoletano dei Creditori, e racchiuse in un unico filone giudiziario, finora risoltosi a vantaggio dell'Amministrazione comunale relativamente alle ultime due inchieste (anche se per l'ex Atan è ancora tutta da definire la posizione di diversi imprenditori e e dell'allora Consiglio di Amministrazione).
Gli avvisi di chiusura dell'indagine da parte del pm Alfonso D'Avino sulla vendita-svendita della Gesac agli inglesi della Baa (l'accordo fu firmato il 7 marzo di cinque anni fa: son ben 22 gli indagati per concorso in abuso d'ufficio, tra amministratori comunali e provinciali), corrono di pari passo con la prima iniziativa in Italia di azione popolare per danni erariali, frutto di un'eventuale violazione di leggi e di principi di buona amministrazione.
Denuncia alla Procura allo strumento previsto dalla legge 142/90 partono dalla stessa “ratio”: la cessione del 35% della società che gestisce i servizi di terra dell'aeroporto di Capodichino alla British Airport Authority a trattativa privata – cioè senza uno “straccio” di gara e ad un prezzo (oscillante tra i 23,5 ed 28 miliardi di lire) giudicato troppo basso. Un “regalo”, insomma.
Il prezzo fu fissato da una perizia fatta da esperti dell'Amministrazione che valutarono il 100% del capitale Gesac ad un prezzo variabile tra i 67 e gli 80 miliardi.
L'imprevisto era però dietro l'angolo, ovvero la privatizzazione di altri due aeroporti nazionali avvenuta dopo l'operazione promossa da Bassolino & company. Per privatizzare poco più della metà (precisamente il 51,2%) del capitale di Aeroporti di Roma, la società che gestisce gli scali di Ciampino e Fiumicino, il “Consorzio Leonardo”, formato da società prestigiose quali Gemina, Italpetroli, Falck ed Impregilo. versò all'Iri ben 2.570 miliardi.
Calcoli alla mano, si nota come quella società sia stata valutata poco meno di 5.000 miliardi. Il Comitato dei creditori, guidato da sanguigno avvocato civilista Gaetano Montefusco, fece un semplice raffronto tra i valori dati ad Aeroporti e a Gesac: bene, Aeroporti vale 62 volte (se non 74, nella previsione “massimalista”) Capodichino. Ma stiamo scherzando?, con i due aeroporti, sfiora il 30% dei passeggeri e delle merci in transito sul territorio nazionale, mentre Capodichino si attestava all'epoca intorno al 4%: il rapporto, quindi doveva essere di 1 a 6 e non certo di 1 a 62 (o 74). Inoltre, la cordata guidata da Pier Giorgio Romiti acquistò le quote con una regolare gara, sconfiggendo due formidabili raggruppamenti: Benetton Caltagirone e Pirelli (sostenuti da un pool di banche, San Paolo, Imi e Ras) e gli aeroporti di Amsterdam Francoforte (affiancati dalla Popolare di Milano e da altri istituti di credito). A Napoli, invece, in assenza di una procedura di evidenza pubblica, gli inglesi non avevano concorrenza, quindi il prezzo non è stato orientato verso l'alto.
Lo stesso ragionamento si può fare con la privatizzazione di Aeroporti di Firenze (AdF), che gestisce lo scalo Amerigo Vespucci a Peretola. Lo scalo fiorentino, certamente non superiore a quello partenopeo (subisce anche la concorrenza del vicino aeroporto pisano di San Giusto), venne valutato quanto, o addirittura di più, di Capodichino. Ed è tutto da dimostrare: in ogni caso, in percentuale, quindi, Firenze-Peretola sta a Napoli-Capodichino come uno sta a tre.
Andiamo oltre: Aeroporti di Roma è stata venduta per un prezzo di 200 mila a passeggero. Tenuto conto che nel capoluogo partenopeo il numero di passeggeri è di 3,5 milioni, la Gesac valeva 700 miliardi, facciamo pure la metà dimezzando il valore pro singolo passeggero: stesso discorso per l'altro 35% acquistato dala Provincia.
Siamo di fronte ad un vero e proprio “bagno”, tra i 105 ed i 210 miliardi, lira in più, lira in meno. Con l'iniziativa di azione popolare – va ribadito ancora una volta – l'eventuale ricavato sarà versato alle casse comunali. L'art. 7 della legge di riordino degli enti locali dice che ciascun elettore può far valere in giudizio le azioni ed i ricorsi che spettano al Comune. Una vera e propria “sostituzione”, peraltro a vantaggio e non in danno dell'ente locale che, com'è prassi, non “ama” costituirsi mai parte civile o avviare iniziative del genere quando tra gli indagati ci sono propri amministratori.



