da Il giornale di Napoli del 30 gennaio 2000
di Rodrigo Rodriguez
Massiccia offensiva dei creditori che hanno accettato la transazione: ora chiedono il restante 40%
Il Comune finisce in Tribunale. Citazione anche contro il Ministero dell'Interno
I creditori del Comune di Napoli non ci stanno: dopo aver incassato il 60% delle loro spettanze, mettono in discussione la procedura semplificata di liquidazione dei debiti e puntano a recuperare il restante 40%.
Stanno così fioccando numerosi atti di citazione: la Commissione Straordinaria di Liquidazione (che fa capo al Ministero dell'Interno) e Palazzo San Giacomo vendono chiamati a comparire innanzi al Tribunale che deve valutare l'annullamento del contratto tra creditori ed organo di liquidazione, ai sensi dell'articolo 1427 e seguenti del codice civile. È l'ennesima puntata dello scontro tra Governo e Comune da un lato, e titolari di imprese dall'altro, quest'ultimi costretti – per meri motivi di sopravvivenza economica – ad accettare l'indigesta transazione, ai sensi dell'art. 90 del decreto legislativo 77/95.
Ancora una volta a sferrare l'attacco è l'avvocato Gaetano Montefusco, legale del Comitato dei creditori: in buona sostanza, il denaro già intascato deve intendersi come un acconto e il Municipio di Napoli, nella persona di Antonio Bassolino (nella qualità di sindaco pro-tempore) deve pagare il rimanente 40% gli interessi e la rivalutazione monetaria. Chi ha accettato la transazione, insomma, lo ha fatto unicamente perché versava in condizione di bisogno e di pericolo per la sopravvivenza della propria impresa: per chi l'avesse dimenticato, sono ormai trascorsi quasi sette anni dalla dichiarazione dello stato di dissesto: nessuno poteva reggere oltre economicamente, anzi talune imprese sono finite in mano agli strozzini. Nelle citazioni viene altresì chiarito che l'accordo impugnato è definibile solo teoricamente transazione, in quanto non ha nulla degli elementi di tale tipo di contrattazione. Si tratta, in effetti, di un testo recante l'intestazione “Scrittura privata di transazione e rinuncia” predisposto su un modulo informatico; in esso si legge che “i creditori che accettano vedranno soddisfatta la loro pretesa prima dei più lunghi tempi necessari per l'ultimazione del piano di rilevazione, della relativa approvazione da parte del Ministero dell'Interno e della successiva distribuzione di quote percentuali di credito”. Come non definirlo un ricatto, sia pure legalizzato?
Gli istanti, più precisamente, spiegano che il consenso alla transazione è stato parzialmente viziato da errore, ignorando che la Commissione “non aveva alcuna competenza in materia di crediti maturati successivamente al suo insediamento”. La transazione è annullabile anche per questo profilo.
Ma c'è, ancora e soprattutto, dell'altro: le transazioni sono avvenute “viziate da violenza, essendo esercitate da parte del debitore – Comune e Commissione – forme di coazione psicologica tendenti ad inculcare nei creditori la convinzione che, senza accettare l'accordo, il proprio credito non sarebbe stato esatto, o lo sarebbe stato in tempi molto più lunghi di quanto fissato dalla normativa e, in ogni modo, non utili a salvare l'azienda dalla rovina economica con conseguente perdita dell'onorabilità”.
In definitiva, di fronte al taglio del 40% delle spettanze maturate entro il 31 dicembre '92 – una decurtazione che Padre Massimo Rastrelli non ha esitato a definire “usura di Stato” - i creditori sono stati presi per la gola, assumendo obbligazioni a condizioni inique “per la necessità ed il bisogno, noti alla controparte”.



