«L’amore vero non è merce comune ma esiste. E’ prezioso perché è l’unica cosa che dà un senso alla vita. Molti lo sfiorano l’amore e non se ne accorgono. Corrono, corrono. Corrono e non sanno neanche dove vanno. Si fanno avvolgere dalle cose inutili, dal quotidiano che distrugge l’eterno».
I due, entrambi già sposati, scoprono casualmente di conoscere una poesia di Oswald O’Malley, poeta terrorista dell’Ira, soprannominato negli ambienti cattolici l’adultero di Belfast. Innamoratosi di Susan Derrick, la giovane moglie di un ufficiale britannico, il terrorista scomparve misteriosamente negli anni ‘70.
La vicenda si incentra sulle ricerche che Alan e Sandy avviano sull’uomo scomparso. L’azione si svolge in Irlanda, in due epoche diverse. Nella Belfast degli anni 70, l’epoca dei troubles - la storia di Oswald e Susan - nella Belfast di finie anni ‘90 quella di Alan e Sandy.
La lotta secolare tra cattolici e protestanti fa da sfondo alla narrazione il cui tema é l’amore. Amore passionale, coniugale, materno, filiale, per la patria e per gli ideali in genere.
Pur avvertendo, dentro di sé, la crescita dell’amore per la donna, riusciva a recuperare serenità pensando di non aver fatto nulla per innamorarsi di Susan. Riteneva, poi, che la ragazza fosse solo affascinata dalla sua cultura e che entrambi fossero persone troppo intelligenti per dare spazio ad un sentimento che non poteva trovare alcun posto nella loro vita.
Oswald aveva quasi cinquantadue anni e Susan solo ventisei; erano entrambi felicemente sposati e con figli e, per quanto le loro affinità fossero molte, vi erano eccellenti motivi per non perdersi dietro scenari d’amori impossibili.
Susan Derrik, amante di Oswald
La donna, che sentiva ormai dentro di sé Oswald, al quale pensava ininterrottamente, era rimasta come impaurita da quelle domande che penetravano il suo grande e terribile segreto. Sì, forse si era innamorata di un altro uomo, e per di più sposato, ma sperava che le passasse e non pensava minimamente che qualcuno potesse accorgersene.
Quelle domande di Pat, invece, l’avevano precipitata nel panico. Come rispondergli? Come dirgli che sì, c’era qualche problema, che improvvisamente si era accorta di essere fortemente attratta da un uomo che poteva essere suo padre?
Come spiegargli il senso di protezione assoluto che le trasmetteva Oswald e che l’intero esercito di Sua Maestà Britannica non le avrebbe garantito?
Alan Dugger,cattolico, amante di Sandy Crowford
Era la donna che amava che lo faceva star male, erano i suoi comportamenti a disorientarlo. I suoi silenzi, i suoi atteggiamenti amorevoli i suoi occhi che lo guardavano a tratti estasiati. Sandy l’amava, ne era certo. Ma se l’amava perché si ostinava a stare con quel marito del quale aveva scarsa stima? Perché non lo lasciava? Ogni volta che provava a ragionare con lei su questo punto litigavano, si ferivano reciprocamente, non riuscivano a comprendersi, ad entrare in sintonia
Sandy Crowford, l’ebrea
«Ah! Cocciuto e ostinato, ecco cosa sei! Non mi vuoi affatto bene perché altrimenti ti accontenteresti. La nostra situazione è senza via d’uscita. O questo o niente! Il fatto è che ti sei fissato con Oswald e Susan e con la loro sfida al mondo. Stai pur certo che è una favola. Una masturbazione mentale di una mente schizofrenica. Ma le hai lette con calma quelle poesie? Venere, Nettuno, gli angeli. Ma ti sembra un uomo normale quello»?
Paul Morton, l’avvocato
«Non l’ho più dimenticato. Mi ha insegnato cosa significa essere primitivi e che cos’è la poesia spontanea, lui la chiamava naif, come la pittura. Sono sicuro che se è ancora vivo ne avrà scritto centinaia di poesie ma difficilmente le troveresti pubblicate, Oswald scriveva per sé e per le persone che amava».
Elisa, la scrittrice
Piccola Elisa, capace di donare ad un cuore ferito unguenti miracolosi e preziosi rinchiusi nelle ampolle di quei pochi, ma indimenticabili, giorni senza futuro e senza passato. Giorni colorati di rosa, come il cielo dell’alba che restituisce le tinte al mondo spargendo ad ampie mani la benefica rugiada, liquida e palpitante testimonianza del calore della vita.
Abbey Plott, il patriota
Rinunciò ad una famiglia, con grave rammarico dell’adorata madre, per dedicarsi completamente alla lotta per l’indipendenza d’Irlanda. Fu con Pearse alla rivolta di Pasqua nel 1916 e lo vide morire giustiziato dagli inglesi. Si pose poi al seguito di De Valera, l’unico dei capi anziani della rivolta di Pasqua non condannato a morte, e ne seguì l’ascesa politica, da quando diventò deputato nel collegio di Clare East e fino alla sua nomina a primo ministro.
Quando nel 1949 fu finalmente proclamata la repubblica, De Valera in persona, chiamandolo accanto a sé sul palco, volle sottolineare, con un commovente discorso, l’importanza che uomini come quello, avevano avuto per l’Irlanda.
Qualche anno dopo Abbey, sempre perduto nel ricordo di Pearse, conobbe Oswald e non gli parve vero che fosse anche lui un poeta insegnante e cominciò così a frequentarlo intensamente, fin quando non s’instaurò un profondo rapporto di amicizia. Appena poteva lo cercava per confrontarsi con lui sui problemi che gli stavano a cuore e chiedergli consigli e così fu per lunghi anni.
«L’amore è una vera e propria forza della natura, né più né meno di un uragano o di una mareggiata. Ha il calore del sole e la forza del vento. Dà la vita come l’acqua e la terra. L’essere umano é poca cosa per decidere se amare o meno. Egli può essere costretto, condannato ad amare, anche contro la sua volontà».
Il terrorismo
Il caldo era soffocante e Rostand era furioso in quel torrido agosto del 1998. Un’autobomba aveva sventrato un supermercato nella cittadina di Omagh, la capitale del Tyrone, e 28 persone morte e 330 feriti erano il tragico bilancio dell’attentato. La terribile realtà della sua terra lo precipitava di nuovo in quell’incubo dal quale credeva che stessero uscendo. Il rosso fiume di sangue, che scorreva da sette secoli e che sembrava sulla via di prosciugarsi, improvvisamente ricominciava a ribollire premendo sugli argini, gonfio come e più che in passato. Non ci sarebbe mai stata la parola fine.
Il dominio britannico in Irlanda
Anche chi dissentiva dai comunisti non poteva accettare quella logica imperialista che aveva reso grande l’Inghilterra e il suo impero a danno di decine di popoli sottomessi. L’impero britannico. Quando ci pensava gli sembrava incredibile: erano riusciti ad impadronirsi di un quarto dell’intera superficie terrestre, distribuito uniformemente tra l’emisfero settentrionale e quello meridionale. Avevano avuto il controllo di metà del commercio marittimo mondiale e un quarto degli abitanti del pianeta sotto il loro dominio. Non c’era alternativa alla guerra e alla morte contro gente del genere
La globalizzazione
«La globalizzazione non è un qualcosa d’inevitabile. Può e deve essere combattuta con ogni mezzo. E’ una maledetta pialla che elimina le diversità, distrugge le identità e i sentimenti. I popoli liberi difendono la loro lingua, il suo uso e la sua creazione. Così fanno gli spagnoli, i francesi, i tedeschi e così dobbiamo fare noi. Per continuare ad esistere come popolo, non possiamo non recuperare il linguaggio dei nostri avi».
I Celti, la cultura gaelica
Vi fu, infatti, un tempo in cui i Celti dominarono il mondo antico da ovest a est, dall’Irlanda sino alla Turchia e da nord a sud, dal Belgio sino all’Italia. Secondo Tito Livio nel V secolo a.c., all’epoca di Tarquinio il Superbo, Ambigatos re dei Biturigi dominava un impero tanto ricco di uomini e di frutti della terra che sembrava impossibile che si potesse governare una così vasta popolazione. Però nel IV secolo a.c. raggiunsero una ancor maggiore espansione territoriale quando saccheggiarono Roma nel 387 e, qualche anno dopo, sottomisero le popolazioni illiriche stabilendosi lungo il corso medio del Danubio.
Da qui entrarono in contatto con Alessandro Magno e svolsero la funzione di mercenari nei paesi dell’area ellenistica e la loro influenza arrivò finanche in Egitto dove, all’epoca dei faraoni Tolomei, cercarono di mettere in atto un colpo di stato per ottenere il controllo del paese.
VENTO DELLA FOLLIA
Drogheda.
I pezzi d’artiglieria, in quantità tale che non s’era mai vista in Irlanda, avevano aperto un’ampia breccia nelle mura di Drogheda. Gli uomini di Cromwell accorrevano sempre più numerosi a Magdalene Tower presso il varco dischiuso dai cannoni, diventato l’epicentro della battaglia. Era sempre più faticoso respingerli, sarebbe stato impossibile resistere fino al calar della notte senza cambiare strategia.
«Dobbiamo sfondare la prima linea degli aggressori e passare alle loro spalle! Li chiuderemo in una morsa letale»! Urlò un uomo zoppo avanzando a piccoli scatti fuori della cinta muraria. Con una pistola nella mano sinistra, faceva mulinare nella destra una sciabola e abbatteva, come fastidiosi rovi, i soldati che gli si paravano davanti.
Forse per la sua gamba di legno, che in quel contesto lo rendeva irreale e a tratti spettrale, o forse ancor di più per le urla agghiaccianti, gli avversari si facevano da parte aprendogli spontaneamente un sentiero nel quale i fanti lo seguivano allargando il passaggio. Dopo un po’, gli assedianti si trovarono spaccati in due grossi tronconi da un irruente torrente di guerrieri che fluiva dalla città. Quando il successo della manovra di sfondamento apparve possibile, a un segnale convenuto rullarono i tamburi e sopraggiunsero due contingenti di centocinquanta soldati ognuno, sotto il comando d’ufficiali a cavallo.
Le due formazioni finsero di dirigersi ciascuna su uno dei due fronti nemici spaccati ma, improvvisamente, piegarono entrambe sull’ala sinistra dello schieramento avversario. L’imprevista conversione produsse un violento impatto che frantumò le prime linee degli assedianti costringendoli a un veloce ripiegamento.
Lo sciancato urlò allora un comando e i suoi uomini invertirono il senso di marcia abbattendosi, così, sull’ala destra dello schieramento nemico. La manovra sorprese gli uomini di Cromwell che arretrarono, ritirandosi, anche da quel lato.
La città, almeno per il momento, era salva. I suoi difensori inseguirono i nemici infliggendo loro altre perdite e rientrarono poi nelle mura, visibilmente soddisfatti per il temporaneo successo. Sotto la guida dell’intrepido comandante, si dedicarono immediatamente a riparare i danni alle fortificazioni. Tre squadre di genieri, con carri carichi di pietre trainati da coppie di buoi, raggiunsero in fretta Magdalene Tower e cominciarono a richiudere il grosso varco aperto dalle artiglierie nemiche.
Drogheda era una vera e propria fortezza. Risultante da due autonomi insediamenti fortificati, siti sulle opposte rive del Boyne e uniti tra di loro da un ponte, la città era grande quanto un terzo di Londra. I suoi centoquindici acri di terra erano cinti da solide mura merlate che collegavano decine di bastioni.
Dei due borghi, il più grande si estendeva nella valle a nord del fiume, mentre quello più piccolo, sulla riva sud, si svolgeva intorno al torrione di Millmount, un antico fortilizio vichingo dal quale si dominava la vallata sottostante e l’intero centro abitato.
Duemilacinquecento uomini della guarnigione, dislocati lungo un miglio e mezzo di eccezionali fortificazioni di pietra, completavano un sistema difensivo che avrebbe potuto resistere per mesi a qualunque assedio. Di qui la comprensibile esultazione che accompagnò la vittoriosa sortita di Magdalene Tower che fu festeggiata, fino a tarda notte, in più parti della città.
Alle prime luci dell’alba del giorno successivo, però, le artiglierie ripresero a far sentire i loro sinistri fragori. Un intenso bombardamento, durato due giorni e due notti, demolì la cerchia muraria in più punti. Quando i cannoni tacquero, gli assediati si prepararono alla battaglia dividendosi in varie zone per chiudere con le armi i numerosi varchi apertisi.
L’intrepido comandante cavalcava ora all’interno della città, verificando i danni prodotti dal cannoneggiamento e impartendo istruzioni ai posti di guardia.
Infilato in una fiammante divisa di panno cremisi, con guarnizioni di merletti bianchi e di lacci dorati e argentati, coi lunghi capelli che fuoriuscivano da un elegante cappello piumato non sembrava più il feroce e sanguinario zoppo di due giorni prima.
Dopo una accurata perlustrazione si diresse verso la porta orientale, al bastione di Saint Laurence Gate, a difesa della breccia più ampia. Lì, sceso da cavallo, dirigeva le operazioni impartendo ordini con voce stentorea denotante un’antica abitudine al comando e all’arte militare.
Tra i soldati apparve, trafelato, un giovane ufficiale dai capelli fulvi.
«Fatemi passare, largo! Devo parlare con Sir Arthur»! Esclamò, cercando di farsi avanti quanto più velocemente possibile. Un militare, distante qualche passo da Sir Arthur, colpito da una pallottola nel centro della fronte, si girò con un gemito su sé stesso e portò le mani alla testa come a chiudere il foro aperto dal proiettile. Uno spruzzo di sangue raggiunse il viso del comandante mentre il giovane capitano, senza curarsi affatto dell’uomo che stava morendo, proseguì con foga:
«Hanno aperto una larga breccia a nord, sir Arthur, ci sono gli Ironsides in città»!
Sir Arthur, che cercava di detergersi il volto lordato dal sangue del milite morto, vacillò palesemente e il suo volto fiero assunse il terreo colore della paura. Dagli occhi trasparì una profonda disperazione: se la cavalleria era entrata a Drogheda la partita era compromessa.
Gli Ironsides erano le truppe di cavalleria di Cromwell e il loro nome era una leggenda in Inghilterra e in tutta l’Europa. Quei cavalieri avevano sconfitto gli eserciti reali a Maston Moor e a Naseby, costringendo Carlo I Stuart, re d’Inghilterra e di Scozia, alla resa.
Erano gli stessi che, due anni prima, nel 1647, avevano occupato Londra consegnando stabilmente al quarantottenne regicida Oliver Cromwell, nel pieno vigore della sua potenza, il regno anglosassone perché lo trasformasse nella prima repubblica dell’età moderna.
Era stato Cromwell in persona a creare questi speciali reparti di cavalleria. Il primo l’aveva formato scegliendo uno a uno a Huntigdon, la sua città natale, tutti gli ufficiali; uomini di cui conosceva la storia personale e sui quali poteva contare sicuramente. Non li aveva selezionati per il loro lignaggio o per il rango sociale, li aveva invece scelti per la loro abilità guerriera e soprattutto per la fede, per il loro fervore protestante che era la base della morale, della disciplina e della volontà di combattere senza paura di morire. Erano tutti puritani, calvinisti che, come lui, erano passati attraverso gli incerti sentieri d’avvicinamento al nuovo credo religioso raggiungendo, infine, la certezza interiore di possedere la grazia divina e una missione da compiere. Non combattevano per soldi ma per fede, per ideali.
I parlamentari britannici conservatori e tutto il mondo militare contemporaneo, adusi a ufficiali che diventavano tali quasi per diritto successorio, erano rimasti scandalizzati dal comportamento di Cromwell. Egli era andato contro la storia nel dare vita a quei reparti con ufficiali di nuovo rango, che non provenivano da casate di pluridecorati veterani.
Ponendosi contro la storia, però, l’aveva in realtà riscritta a modo suo, anticipandola e gettando il seme per la formazione di quegli eserciti nazionali che sarebbero nati, qualche secolo dopo con Napoleone Bonaparte, e che avrebbero avuto negli ideali un’arma di determinazione molto forte.
Gli Ironside significavano morte e distruzione e chiunque avesse dovuto trovarseli come nemici, al pari di sir Arthur, sarebbe diventato cereo in volto.
«Tutti a Millmount tutti a Millmount»! Tuonò l’uomo dalla gamba di legno retrocedendo traballante verso l’alta torre di difesa. L’urlo fu ripetuto più volte e rimbalzò di bocca in bocca in ogni angolo della città.
Una fiumana di persone terrorizzate si diresse a sud verso il ponte mentre i militari formavano barricate per impedire l’avanzata dei cavalieri di Cromwell.
In capo a qualche ora, l’imponente bastione accolse nel suo ventre capace sir Arthur e i suoi uomini. I soldati entrarono nel borgo fortificato tutti con ordine e senza offrire le spalle al nemico. Curarono di legare i cavalli degli ufficiali in una piccola scuderia sita a destra della massiccia porta della fortificazione.
Fuori, intanto, gli uomini di Cromwell arrivavano a centinaia e dal colle del torrione era possibile scorgere distintamente le lunghe colonne di militari che ordinatamente entravano in città. Sir Arthur, accanto a una finestra, guardò verso valle e udì distintamente il suono delle cornamuse che accompagnava la marcia dei guerrieri.
Diciassettemila uomini, o poco più, con un’artiglieria così potente, erano troppi per chiunque. I fanti nemici, sotto lo sguardo dei cavalieri, già si apprestavano a sistemare alcuni cannoni per bombardare il fortilizio.
Il comandante prese un candido panno di lino per asciugarsi il sudore, ancora frammisto al sangue schizzatogli sulla barba brizzolata. Vedere il lindo tessuto divenire rosso e capire che non c’era speranza di resistere all’assedio fu tutt’uno.
«Capitano», disse rivolgendosi al giovane Eustace e porgendogli il panno sporco di sangue e sudore, «leghi questo straccio a una picca ed esca con due uomini»! Lo guardò con affetto quasi paterno e, sciogliendo la tensione, con una leggera pacca sulla spalla rispose allo sguardo perplesso dell’ufficiale con voce ferma:
«Dobbiamo arrenderci! Non abbiamo alcuna speranza! Solo così potremo tentare di salvare i nostri uomini da una morte sicura»!
Il capitano ubbidì a malincuore. Scese alla piccola scuderia e chiamò due uomini consegnando al più anziano il sozzo drappo bianco. I cardini del portone dell’antica fortezza vichinga cigolarono, mentre l’uscio si apriva, e il soldato fece passare prima la lancia con il vessillo della resa e, poi, venne fuori seguito dal commilitone e dall’ufficiale. Eustace fece cenno ai due di attendere. Si diresse alla piccola scuderia e ne uscì subito dopo, montando un altero cavallo baio che indirizzò, al passo, verso le schiere avversarie.
La vista di quel drappello che, pur portando la bandiera bianca della resa, avanzava con orgoglio inadeguato alla circostanza, provocò una notevole agitazione tra le file degli assalitori tra i quali si udì un mormorio: «Si arrendono. Si arrendono quei bastardi»!
La torma di fanti che assediava la torre cominciò a ondeggiare. Le prime file furono infoltite dai militari incuriositi che arrivavano da dietro per osservare la scena. Dal mezzo dello schieramento uscì un ufficiale che, con alcuni soldati, si diresse verso l’inerme drappello.
Dopo un formale saluto e qualche minuto di colloquio, Eustace ritornò alla torre e, facendo cenno ai suoi commilitoni di venir fuori, si pose di fianco al portone come per sorvegliarne l’uscita.
Il claudicante sir Arthur, preceduto e seguito dai suoi ufficiali, si avviò a piedi verso i nemici, ordinando al suo fido capitano di attendere che la truppa uscisse disciplinatamente dal rifugio per predisporla alla resa.
Gli uomini, a causa dell’infermità del comandante, procedevano lentamente lungo un accidentato pendio verso il piazzale sottostante la torre. Avanzavano tra la derisione dei vincitori che li accoglievano con schiamazzi e insulti d’ogni genere.
Intanto, forse per abbreviare l’attesa o per la curiosità di vedere gli sconfitti più da vicino, un folto gruppo di militari assedianti si avviò incontro agli ufficiali arresisi. Per non rallentarne la mesta avanzata, gli uomini di Cromwell si sfilacciarono lungo i fianchi dell’infelice corteo fino a quando, forse neanche volutamente, non vennero a formare un semicerchio che cominciò a seguire i passi degli ufficiali che andavano arrendendosi.
Sir Arthur, sentendo un coro alle sue spalle, si voltò e costatò che la strada verso Millmount era ormai chiusa da un centinaio di soldati, alla cui testa vi era un uomo tozzo con una grossa e profonda cicatrice che gli attraversava la fronte. Camminavano zoppicanti, per scimmiottare la sua andatura, e battevano le mani cadenzando con urla: «Bastardi! Assassini! Bastardi! Assassini!»
Un veterano che lo precedeva si girò, fissò sir Arthur negli occhi con sguardo interrogativo e ne lesse la repentina risposta: sarebbero stati uccisi senza alcuna pietà.
Fu un giovane tenente il primo a essere afferrato da quattro solide mani. Il tarchiato uomo sfigurato sulla fronte e un erculeo commilitone presero, ciascuno per un braccio, l’ufficiale e lo trascinarono, in una breve e velocissima corsa, verso i soldati fermi sul lato destro. Si arrestarono bruscamente, lasciandolo d’improvviso libero, e l’uomo continuò nella corsa per qualche metro andando a infilzarsi sulle picche e sulle lance che si erano materializzate dinanzi al suo corpo. Pochi minuti e tutti gli otto ufficiali, uno per volta, fecero la stessa fine, trascinati in quell’orrido giuoco dagli esagitati militari.
Solo sir Arthur rimase vivo. Nella breve e macabra corsa della morte era caduto sul suo arto di legno, subito dopo rotolato accanto a lui. In quella goffa posizione, privo di qualunque possibilità di rialzarsi, attese gli eventi e, per la prima volta da quando gli avevano dovuto segare la gamba, si disperò di non essere morto per la cancrena che l’aveva infettato.
Dal cerchio umano che gli si stringeva intorno uscì il corpulento militare con la cicatrice: «Bastardo! Bastardo»! sbraitava chiedendo spazio, per ottenere una ribalta per lo spettacolo che si apprestava a dare. Allontanò i commilitoni con la mano sinistra mentre con la destra afferrò l’arto di legno dall’estremità più sottile. Era un solido bastone di quercia stagionata, sormontato da un cerchio di ferro che serviva a innestarsi in un altro cerchio di metallo che s’intravedeva intorno alla coscia mutilata di sir Arthur.
L’uomo ruotò il bastone a mò di clava e ghignò: «Questo bastardo non è rotolato come gli altri, ha una ruota rotta». e, in replica agli sghignazzi d’incoraggiamento per la feroce battuta, proseguì con tono ironico:
«Vediamo se si sposta così».
Sollevò l’arto di legno, come una mazza da polo, e l’abbatté sulla schiena del malcapitato comandante come per lanciarlo in aria. La smorfia di dolore e l’urlo che ne uscì furono talmente agghiaccianti che l’uomo, per quanto portasse le stimmate della crudeltà dipinte in viso, ebbe un attimo d’esitazione. Ne approfittò subito un allampanato e biondiccio spilungone che con la bocca aperta, nella quale facevano bella mostra di sè due incisivi che un coniglio gli avrebbe invidiato, gli strappò il bastone di mano colpendo la testa di sir Arthur con tale violenza che al rumore del cranio, che si frantumava, si accompagnò un fiotto di materia grigia e rossa che insozzò gli spettatori più vicini.
E simili a lupi che, lanciati su un’unica preda, si azzuffano tra loro, mentre altre belve li sopravanzano riuscendo a ghermire una parte del pasto, beffando in tal modo gli animali rimasti avvinghiati e bloccati nella corsa verso il cibo dalla loro stessa ingordigia, così quegli uomini assetati di sangue e violenza si scagliarono in un’orripilante mischia che, dall’alto della torre di Millmount appariva al capitano Eustace, con le lacrime agli occhi e ancora saldo in sella al suo cavallo, una raccapricciante danza di morte.
Quando di sir Arthur non rimase, infine, che un’informe poltiglia insanguinata di carne e nervi, di ossa e polvere e quando non ci fu in lui niente più di sufficientemente grande e compatto da poter rompere e colpire, quella folla d’ossessi si schiuse esplodendo come una granata. Mentre alcuni ufficiali riuscivano a rimetterne gran parte sotto il loro controllo, alcune schegge di quella sudicia mandria, formate di dozzine d’uomini, si lanciarono per la città di Drogheda in piccoli e feroci branchi bramosi di brutalità. Dai loro cori confusi si riusciva a comprendere solo una parola pronunziata insistentemente:
«Vendetta, vendetta».
Già vendetta, ma per che cosa? Chi volevano vendicare quegli esagitati?
Per scoprirlo bisogna andare a ritroso nel tempo, nell’Inghilterra medioevale, quando alla fine del XII secolo, il re Enrico II cominciò la conquista dell’Irlanda gaelica, conquista proseguita nel XIII e nel XIV secolo. L’espansione militare, onde rendere permanente l’occupazione dei territori, veniva accompagnata anche da tentativi di imporre ai gaeli la lingua e la cultura inglesi.
Nell’anno 1366 i territori irlandesi sotto il dominio inglese già comprendevano le contee di Louth, Meath, Wateford, Wexford, Kildare e di Dublino nonché una vasta area, intorno a Dublino stessa, denominata “Pale”. In quell’anno il parlamento britannico approvò un complesso provvedimento legislativo composto da ben trentacinque atti che presero il nome di «Statuti di Kilkenny». Queste norme, che costituirono una vera e propria pietra miliare dei rapporti anglo-irlandesi per i due secoli successivi, avevano lo scopo manifesto di far scomparire gli usi, i costumi e i linguaggi gaelici.
Per effetto dell’applicazione di tali leggi gli abitanti dell’Irlanda si trovarono a essere divisi in tre differenti entità: la componente propriamente inglese, ubbidiente alla corona, limitata al territorio del “Pale” intorno a Dublino e alle città, la componente dei signori anglo-irlandesi, inglesi venuti in Irlanda tempo prima e ormai ambientati che, intendendo esercitare un proprio personale potere, cercavano di sottrarsi a un eccessivo controllo della corona e, infine, l’Irlanda gaelica che, con le sue tradizioni religiose e culturali e la sua organizzazione tribale, si mostrava del tutto insofferente all’occupazione.
Qualche secolo dopo, nel 1495, fase iniziale dell’età moderna, sotto il sovrano Enrico VII Tudor, il parlamento inglese, sulla scia degli statuti di Kilkenny, approvò una serie di norme dette “Leggi di Poynings” per piegare definitivamente i Gaeli e ridurre l’Irlanda in perfetta obbedienza.
Il progetto di anglicizzazione forzata dell’isola cattolica raggiunse il culmine con l’imposizione del cosiddetto “Atto di supremazia in materia religiosa” e, cinque anni dopo con la proclamazione di Enrico VIII a re d’Irlanda. Quest’ultimo, infatti, impose ai proprietari gaelici di cedergli le terre con l’intesa che le avrebbe restituite sotto forma di investiture feudali.
Ciò nonostante la riforma anglicana non fu accettata se non all’interno dei confini del Pale e nelle maggiori città e quando Elisabetta I, nel 1555, promulgò il “Prayer Book”, un libro di preghiere che conteneva una serie di misure per imporre la religione protestante, la disobbedienza degli irlandesi gaelici si trasformò in aperta ribellione.
Il culto cattolico divenne l’emblema della difesa della loro identità nazionale contro l’oppressore inglese.
I sovrani britannici, allora, per eliminare la persistente guerriglia dei cattolici e per radicare stabilmente il proprio dominio sull’isola, idearono le “Plantations”, un sofisticato strumento giuridico per colonizzare in maniera irreversibile i territori occupati. Le leggi prevedevano l’esproprio delle terre degli irlandesi e degli anglo-irlandesi e la loro successiva redistribuzione a coloni protestanti, inglesi e scozzesi.
Le Plantations, nella loro semplicità operativa, erano talmente brutali che provocavano ripetute ribellioni che venivano soffocate e punite con nuove e più estese “Plantations” fin quando, di rivolta in rivolta non si arrivò a una vera e propria guerra.
Gli irlandesi, comandati dai leggendari conti Hugh O’Neill e Hugh O’Connell, e appoggiati da un contingente spagnolo, sconfissero gli inglesi nella battaglia di Yellow Ford nel 1598. La vittoria fu inattesa e trovò posto tra i libri di storia ma tre anni dopo, a Kinsale, ci fu la rivincita e una schiacciante vittoria britannica pose fine all’antico sistema gaelico-feudale.
Al successo militare seguirono altre più dure “Plantations”, attuate da Giacomo I Stuart, con l’insediamento, nei territori espropriati, di coloni presbiteriani, i più fieramente ostili al cattolicesimo.
Questa volta, però, gli insediamenti dei protestanti godettero anche del supporto della partecipazione economica di dodici compagnie della City londinese che finanziarono le conquiste territoriali per trarne utili. Il connubio religioso-economico, ideato per occupare per sempre e con profitto, le terre dei cattolici si rivelò molto efficiente.
Il motivo per cui oggi, dopo tre secoli e mezzo, si trova ancora una maggioranza protestante nell’Irlanda del Nord o Ulster, va ricercato appunto nelle “Plantations” realizzate da Giacomo I che, in pochi anni, portarono migliaia di coloni stranieri in Irlanda, concentrati per la maggior parte nelle contee dell’Irlanda del Nord.
Quattro di tali contee, Tyrone, Fermanagh, Arnmagh e Derry, costituiscono attualmente, con le contee di Autrin e Down, il territorio dell’Ulster.
La sistematica spoliazione effettuata provocò un feroce risentimento degli irlandesi gaelici e sfociò nell’insurrezione del 1641, durante la quale, i cattolici commisero dei massacri in danno dei protestanti.
La ribellione cattolica esplose il 23 settembre del 1641 e, per quanto diretta contro i nuovi coloni in tutta l’Irlanda, ebbe le conseguenze più gravi nell’Ulster dove la colonizzazione era stata più profonda.
Ben dodicimila protestanti, tra militari e civili, furono uccisi o morirono nei primi giorni della rivolta.
Presso il ponte di Portadown, circa cento protestanti, tra uomini, donne e bambini, furono catturati, denudati e lanciati nel fiume dal ponte. Quelli che non annegarono subito furono uccisi, a colpi di remi e di pietre, mentre si dibattevano nelle gelide acque. E i superstiti raccontarono, con raccapriccio, d’aver visto quella che in tutta l’Irlanda divenne nota come «River’s lady»: la donna del fiume.
Una sinistra figura femminile, terrea in viso, nuda fino al petto e con i capelli scompigliati che, con gli occhi che roteavano nelle orbite, gridava: «Vendetta, vendetta».
Proprio a questi massacri si riferivano i sanguinari conquistatori di Drogheda quando, dopo aver ucciso sir Arthur Aston e i suoi ufficiali, si sparpagliarono per la città anelando vendetta.
Ed erano molti, ora, quelli che sostenevano d’aver veduto aleggiare su Drogheda, durante la carneficina realizzata dagli uomini di Cromwell, la donna del fiume, soddisfatta ma non ancora sazia.
I soldati, che si erano battuti per la difesa della città, furono metodicamente uccisi, uno ogni dieci, mentre i superstiti furono spediti alle Barbados. Ai preti cattolici andò peggio perché furono passati tutti, senz’alcuna eccezione, a fil di spada. Donne e bambini, a centinaia, furono ammazzati a sangue freddo e alla fine del bagno di sangue furono almeno tremila le vittime passate per le armi.
La sola notizia dell’eccidio spinse tutte le altre guarnigioni irlandesi ad arrendersi, tranne quella della città di Wexford che avrebbe subito un destino addirittura peggiore di Drogheda.
Vendetta era fatta.
Talmente atroce e brutale era stata la vendetta, tanto ripugnante il massacro che nemmeno Cromwell ebbe il coraggio di attribuirsene il merito, per evitare di portarne la colpa una volta che, in Inghilterra e nel mondo, si fosse saputo di ciò che era accaduto a Drogheda.
«Combattenti della libertà e della fede» esclamò, arringando i suoi soldati schierati fuori della città e già pronti a marciare a sud: «Tutto ciò che è qui accaduto è solo opera della volontà di Dio. E’ solo Lui che ha permesso e voluto questa vittoria ed è quindi giusto che solo a Lui vada ogni gloria».
Si Dio.
Lo stesso nel cui nome otto anni prima i cattolici avevano compiuto la strage di dodicimila protestanti massacrando anche inermi cittadini, talvolta con crudeltà inaudite come a Portadown. Non si trattava di un Dio diverso: era proprio lo stesso per i cattolici e per i protestanti.
Lui, il padre di quel Cristo nel cui nome si battevano, per massacrare i loro simili, sia gli uni che gli altri. Quel Cristo che si era fatto uomo per portare sulla terra la verità e la pace, quello che diceva di porgere l’altra guancia e di amare il prossimo, quello che morendo in croce chiedeva perdono per chi lo crocifiggeva.
Nel suo nome ora i suoi seguaci, che si autodefinivano cristiani, ammazzavano altri cristiani che, sempre nel suo nome, procedevano poi a vendicarsi con altri assassini. Fiumi di sangue e montagne di cadaveri, donne e bambini, vecchi e giovani, uomini in armi e uomini inermi, tutti uccisi in nome dello stesso Dio e di suo figlio Cristo.
Cristo dove sei?
Negli occhi di quel bimbo
che china il capo come un fiore
tranciato dall’aratro.
Nel ventre di una donna
squarciato da una spada.
Nei capelli bianchi
del vecchio padre che si accascia
sotto i proiettili di pietra.
E così, nel nome di un unico Cristo, gli abitanti dell’Irlanda vennero a trovarsi in due campi contrapposti, divisi dalla religione. E il solco, notevolmente approfondito da Cromwell che, dopo le vittorie militari, privò i cattolici di gran parte delle loro terre riducendoli a possederne solo il ventidue per cento, si avviava a trasformarsi negli anni a venire un vero e proprio baratro.
Oswald O’Malley era nato a Drogheda circa tre secoli dopo il massacro del 1649 e, appena ebbe l’età della ragione, potè costatare che nella popolazione il ricordo della strage di Cromwell era ancora vivo. Tante cose parlavano ancora di quella tragedia finita sui libri di storia, anche se gli abitanti della città amavano raccontare episodi e particolari di cui nessun testo trattava. Uno degli avvenimenti ricordati era relativo alla fuga del capitano Eustace, il giovane ufficiale che, nella necessità di dover chiarire il motivo per il quale i conquistatori di Drogheda chiedevano vendetta, è stato lasciato ai piedi della Torre di Millmount, muto e allibito spettatore dello scempio di sir Arthur e dei suoi ufficiali.
Dunque, mentre le truppe degli assalitori venivano prontamente e per la maggior parte, rimesse sotto il controllo degli ufficiali, Eustace, contando sulla confusione del momento, spronò il cavallo e si accinse a un’impresa impossibile, ancor prima che nella esecuzione, nella sua stessa ideazione: attraversare il presidiatissimo luogo dell’eccidio dei suoi commilitoni e uscire da Drogheda.
L’animale, speronato con vigore, sentì nelle redini la determinazione del suo cavaliere e non esitò, neanche un istante, a slanciarsi verso la folla di soldati che, al rumore dei suoi zoccoli, si apriva inaspettatamente dinanzi a lui.
Il capitano brandiva la sciabola menando fendenti, a destra e a sinistra, e gli stessi cavalieri che avrebbero potuto tentare di fermarlo non ebbero il tempo, nè l’intenzione, di contrastare quella furia.
Su una breccia, aperta nelle mura della città che guardavano verso Newgrange e che era ostruita da numerosi cadaveri di assalitori e assaliti, l’animale spiccò un salto con il quale superò una barriera di oltre due metri dando l’impressione di volare, anzi volando.
Quest’ultimo particolare colpì molto Oswald. La gente, quando raccontava dell’episodio, non affermava che Eustace e il suo cavallo parevano volare; essi sostenevano proprio che volavano. Qualcuno, più fantasioso, aggiungeva che il cavallo era come l’Ippogrifo, ma i più riferivano che era il suo cavaliere che aveva le ali e il racconto era ripetuto con enfasi anche da coloro che non potendo, per intelligenza o rango, sostenere una tale versione, aggiungevano prudentemente:
«Si racconta che Eustace abbia proprio volato quel giorno».
Nell’immaginario collettivo quell’azione, apparentemente impossibile, era divenuta immediatamente miracolosa, e il giovane ufficiale si era trasformato in una sorta di angelo guerriero, con i riccioli rossi che gli incorniciavano il volto e gli occhi che emanavano una strana luce, chiara e intensa, quasi divina.
O’Malley non dimenticò mai quello strano particolare: se tanta gente aveva visto Eustace volare e i suoi occhi illuminati da una luce intensa e chiara, qualcosa di portentoso era comunque accaduto. Qualcosa che aveva fatto ritenere alla gente che è possibile alzarsi in volo, sia pure per un breve salto, anche senza le ali.
Qualche tempo dopo, quando per la prima volta il suo cuore scoprì l’amore, Oswald si ricordò di quell’episodio. Gli venne in mente all’improvviso pensando al profondo mutamento interiore che aveva subito dall’incontro con un sentimento profondo e mai provato prima.
La forza devastante dell’amore per Susan l’aveva segnato, tanto intensamente che aveva la percezione netta di essere stato arato dentro, scavato fino nei visceri e dissodato, rivoltato come la brulla terra delle dolci e verdi colline d’Irlanda nella quale, trainato dai forti buoi, affonda penetrando lentamente, ma energicamente, il doloroso e giovevole lungo vomere dell’aratro.
Oswald aveva perso così ogni pudore, i freni inibitori erano venuti meno ed egli, tralasciando il suo incommensurabile orgoglio, si era diretto deciso verso la donna desiderata.
Che cosa aveva spinto lui, vecchio rudere pieno d’incrostazioni culturali e di finte certezze sulla conoscenza dell’animo umano, a misurarsi nell’impossibile impresa di conquistare il cuore della splendida Susan?
Come aveva potuto pensare di sconfiggere, anche per un solo momento, tutto ciò che lo divideva da quella divinità femminile, di anelare a una bellezza quasi in grado, forse, di pietrificare chi avesse avuto l’ardire di guardarla in volto più di qualche minuto.
Come aveva pensato, infine, lui irlandese gaelico, figlio di cattolici, di poter essere riamato, sia pure per un istante, da una presbiteriana per di più già madre?
Avrebbe dovuto lottare contro il tempo e la storia del suo stesso paese; non aveva alcuna possibilità di vincere né, ragionevole come era, aveva alcuna volontà di impegnarsi in una simile disperata battaglia.
Ma neanche Eustace, se avesse potuto, si sarebbe messo nella condizione di dover affrontare una marea di avversari per ottenere, con una fuga conquistata col ferro della sua spada, un’improbabile salvezza.
Anche il capitano era stato costretto, all’occorrenza, a compiere un’impresa impossibile e se Eustace era riuscito a volare, tanto che in molti giuravano di averlo visto levitare, ci sarebbe riuscito anche lui.
Ormai, come l’ufficiale, anche Oswald non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivere se non fosse giunto, al più presto, fino al cuore dell’unica persona nei cui confronti aveva provato una passione sconosciuta che lo trascinava in alto, oltre le convenzioni sociali e religiose, oltre gli affetti familiari, oltre il tempo stesso che egli avrebbe saltato nel medesimo modo in cui il magnifico stallone di Eustace aveva superato la montagna di cadaveri.
E quando finalmente riuscì, per la prima volta, ad abbracciare Susan e le morbide labbra della donna si schiusero dolcemente sotto la leggera pressione della propria bocca, negli occhi di Oswald apparve quella stessa luce che gli abitanti di Drogheda avevano visto negli occhi di Eustace: un’intensa luminosità che non apparteneva ai suoi occhi nè era l’effetto d’un qualche riflesso prodotto da chiarori estranei.
Era una luce che lo rischiarava dall’interno.
Oswald era perduto nell’ebbrezza d’un vento sconosciuto. Egli stava volando senza le ali, come il fulvo capitano; entrambi risucchiati da un vortice, generato da quel forte soffio d’una lucida e benigna incoscienza, che aveva liberato le loro forze spontanee, il loro slancio vitale; era la portentosa follia del vivere, di tutto ciò che si dice irrazionale in contrapposto a una ristretta e falsa razionalità.
Quella follia buona che genera portenti e che il monaco di Rotterdam, Erasmo, aveva elogiato dedicandole un’opera scritta, guarda caso, nella stessa Inghilterra dalla quale erano partiti per sbarcare in Irlanda e venire a Drogheda, Oliver Cromwell nel 1649 e la sua Susan Derrik nel 1967, circa tre secoli dopo.
Follia soccorre il cuore del guerriero
che corre per andar verso la morte.
Veloce, balzi lunghi da levriero,
vorrebbe lui sfidar, sembra, la sorte
Follia soccorre il cuore innamorato
che verso un altro cuore andare osa,
correndo all’impazzata e senza fiato,
anche sfidando il tempo ed ogni cosa.
E l’uno e l’altro guidati da un destino
che spinge entrambi come foglie il vento
e che quali farfalle appaiono nel mattino
al viandante distratto e poco attento
che non s’avvede e non guarda da vicino:
ali non hanno e se volano è un portento.
Vento della follia
Mi sono poi bagnato nell’oceano
acqua che giunge fino alla tua terra
inesplorato nuovo continente
che caldi effluvi invii come corrente
ai lidi antichi e li lambisci e scaldi.
Mi sono immerso in te completamente
sfidando le tempeste del mio cuore
sordo ai sonanti gridi dalla costa.
E avanzo lento, sento in viso il vento
che mi carezza e guardo il tuo sorriso
mi vieni incontro ed intravedo il seno
che sfiora l’onda mentre cambia tinta
quando si avvolge nelle lunghe chiome.
Bacio le gote tue, socchiudi gli occhi
lieve liberi la marea che scende
poi rimonta e tutto entro mi inonda.
Madido è il corpo del salso umore
pregne le labbra mie del tuo sapore
si schiudono cercando l’altra bocca
mentre l’anima tua la mia già tocca.
SE CADE UNA STELLA
A che serve strepitar dinanzi al boia
o, urlando, piangere atterrito per la morte?
A divertir chi assiste per vincere la noia
da sopra il palco con emozione forte?
Se condannato sei da quella tua regina
é inutile apparir ritroso o resistente.
Perdi di dignità dinanzi alla divina
che bene sa che tu non puoi far niente.
Allora prendo il cappio e l’infilo veloce.
Con sguardo fermo ed altero portamento
come gheriglio sto, infisso nella noce,
e so che il guscio si rompe in un momento.
E lei mi guarda e vede che non ho più timore.
La vita, nelle mani, la sente tutta quanta.
Sa che non tremo e so morir d’amore
ed alza gli occhi al cielo, bella come una santa.
Poi, con un cenno, ferma il vile esecutore.
Grazia per questo uomo! Viva ancora un poco!
La gente, intorno, guarda in preda allo stupore
e gli occhi del graziato brillano come il fuoco.
Se un medico potesse toccare la mia fronte.
Gradi quarantadue, è febbre di terrore,
direbbe lo scienziato, senza cercar la fonte
di quelle forti fiamme che salgono dal cuore
bruciando, come lava fa lungo il suo cammino
tutto quello che incontra ed anche la ragione
che prova, più e più volte, a contrastar destino
battendosi con foga contro questa passione.
Ma quando giù dal cielo precipita una stella
non puoi fermarla oppure mutare direzione.
Devi solo aspettare, guardandola sì bella,
che cada dove vuole, portando distruzione.
E, nel tremendo impatto del cielo con la terra,
la polvere, che s’alza, nasconde ogni ferita
e come sempre accade, da quando c’è la guerra,
è dalle tante morti che nasce nuova vita.
Non c’è motivo alcuno per l’argenteo salmone
che, scavalcando i monti, nuota verso la morte
deve arrivare esausto e non ce n’è ragione:
morire per far vivere è questa la sua sorte.
E se decide un Dio o è tutto casuale
non so perché nessuno qui lo può stabilire.
Certo che quanto accade non sai se è bene o male
e devi rassegnarti se ciò deve avvenire.
E quando, zitto piangi, sentendo quanto è dura
veder soffrire gli altri senza poter far niente,
allora pensi e scopri che è legge di natura,
a gioie, ansie e dolori da sempre indifferente.
TREMORE
Se del suo sangue anche una goccia sola
rossa qual sacro fuoco che mi brucia,
dalla leggiadra mano lenta cola
trepido, tremo e perdo la fiducia
cede e rovina il mio proponimento
di non pensarla più ogni notte e il giorno
e mi riassale intenso un turbamento
mentre negli occhi un viso fa ritorno.
Mi irradia dolcemente di un calore
che l’anima prende, scende e mi scuote
scalda ma mi fa preda di un tremore
e un’ansia sconosciuta mi percuote.
Un’ira sconvolgente al ferro corre.
Vile metallo strazi tale carne
Sangue ne trai che dalla mano scorre.
Di te saprò sicuro cosa farne!
Fonderti sulla brace che ho nel petto
disintegrarti a pezzi a cento a cento!
Ferro insolente non avrai ricetto.
Ti sperderò come la polve il vento!
Ferro, per poco sangue mi sconvolgo
e prendo la sua mano per curarla
sfioro le dita, il palmo, e l’arto tolgo.
M’accorgo che già stavo per baciarla.
Ferro che nutri in te tetano immondo
dal corpo amato estrai la pura vita.
Alito n’esce, e penetra giù in fondo
scende tagliente e provoca ferita.
E scorre il sangue a fiumi e toglie forza.
Giaccio e se m’alzo sono tremebondo.
Cerco baldanza e indosso la mia scorza
ma chi mi scruta scorge un moribondo.
Fredda materia per spade e catene
sotto i tuoi colpi vacilla il mio orgoglio
sudo e tremore continuo mi viene
ed il delirio mi porta chi voglio.
Nuda al mio capezzale si avvicina.
Io grido no! Ma lei sussurra: Taci!
Il cuore impazza quando lei si china
e la suggente bocca offre ai miei baci.
Pioggia per campo adusto mi carezza
stretti noi ci avvinghiamo mentre taccio.
Già m’ama e ci perdiamo nell’ebbrezza
qual cielo e terra uniti in un abbraccio.
Benigno amplesso che la vita dona
rimarginando la mia piaga aperta
mi sveglio, quando il sogno mi abbandona
e la mia terra vedo più deserta.



