“A volte è semplice parlare di gente ingovernabile, se
però chi ha il potere lo usasse per risolvere i problemi,
se la giustizia fosse sempre giusta e quindi onesta, se
chi ha il dovere di raccontare il vero la smettesse di
mentire solo per acquisire notorietà a basso prezzo,
forse questa città, questa nazione napoletana
ritroverebbe il proprio orgoglio, una
più corretta dimensione.
Ma è inutile parlarne...”
La Trama
Attilio, professore di lettere, per la perdita del suo grande amore, precipita in un abisso di sofferenza e decide di astrarsi dalla vita quotidiana. Ma nel momento di massimo smarrimento, Pina, un’infermiera che appartiene ad una famiglia poco raccomandabile, lo risucchia nella realtà con la tragedia della scomparsa di sua figlia, una piccina di soli dieci mesi.
Il magistrato incaricato delle indagini sulla sparizione della bimba, non è all'altezza del compito, il suo scopo principale é quello di trarre dal dramma in corso la notorietà necessaria per una candidatura alle imminenti elezioni politiche.
I giorni trascorrono invano senza risultati, fin quando Ugo, un professore aretino soprannominato “Il Toscano”, a sua volta sulle tracce di un popolo scomparso, quello etrusco, non si determina ad avviare in proprio, e con l'aiuto di Attilio stesso, le operazioni per ritrovare la piccola Emanuela.
Tra colpi di scena ed ostacoli vari, i due letterati, riescono a conquistare gloria e celebrità diventando ambiti obbiettivi per le forze politiche che premono per candidarli alle elezioni.
Sono elezioni incerte, che si possono vincere per un pugno di voti, e i politici sono disposti a tutto pur di conquistare il potere, anche a fare patti con gruppi criminali.
Attilio ed Ugo non possono tenersi in disparte, vengono sollecitati a prendere una decisione a favore di uno dei due schieramenti…
I Personaggi
Ugo Baldini da Arezzo, detto “L'Etrusco”, professore di lettere.
“Quando sui sette colli c’erano ancora soltanto sparuti villaggi di capanne e Omero cantava le gesta di Odisseo, tra il Tevere e l’Arno già splendeva la luce del grande popolo dei Raséna.
Esiodo li definì "Tirreni" e Roma "Etruschi", ma loro, i costruttori delle prime metropoli occidentali, si chiamavano “Raséna”.
Basti pensare che, allorché Atene giunse al culmine della sua potenza sconfiggendo i Persiani, qui c’era Vetulonia che la superava, con le sue pietre megalitiche che si stagliavano nel cielo ed i suoi oltre centomila abitanti.”
Emanuela, la piccina scomparsa
Emanuela aveva bisogno di vivere serena, andava riportata la calma intorno a lei, anche Pina si era convinta.
Fortunatamente fu proprio la piccina, col suo faccino pieno e la bocca sdentata e sorridente, ad inserirsi nei sogni di Attilio scacciando ogni altra immagine...
Il fenomeno dei bambini scomparsi
Non aveva idea della gravità del fenomeno dei bambini scomparsi, addirittura era stata fissata una giornata per ricordarli, il 25 maggio, un giorno simboleggiato da un fiore, il myosotis, detto anche ”non ti scordar di me”.
L’idea, nata negli Stati Uniti per ricordare il piccolo Ethan Patz, rapito a New York proprio il 25 maggio del 1979, era stata adottata in seguito da numerosi paesi europei ed americani, perché non passa giorno senza una tragedia del genere.
Solo in Italia vi sono circa 3.000 denunzie all’anno di minori scomparsi, anche se l’80 per cento di essi viene ritrovata quasi subito. Questo particolare era confortante, anche se in tutto il mondo erano oltre 3.500 i casi insoluti e il conto lo teneva il data base di un’organizzazione senza fini di lucro, l’International Centre for Missing and Exploited Children.
Nino Santarosa, il magistrato inquirente
Era un grosso problema trovarsi in mano un’indagine su terroristi e camorristi veri, gente che spara e uccide, gente da trattare con le molle, senza eroismi inutili, pena la propria incolumità. Noo!
Lui non avrebbe mai fatto la fine di Falcone e Borsellino, nessuna bomba avrebbe mai bruciato o spappolato le sue carni.
Proprio di questo stava parlando con il vecchio prozio Achille. Altri erano i miti cui ispirarsi.
Senza pretendere di arrivare al massimo, come Scalfaro, aveva ripiegato su altri nomi. Di Pietro, ad esempio. Ecco, sì, Antonio Di Pietro, oppure Violante, Luciano Violante, perché no?
Cosa mancava a lui per essere a capo di un partito, anche piccolo, o almeno un personaggio di rilievo in qualche forza politica più grande, più importante.
Attilio Starace, professore di lettere
Era un ricercatore, non solo un insegnante, ed era in grado di filtrare scoperte importanti da notizie apparentemente irrilevanti.
La velocità e la facilità con cui scriveva tesine originali per le decine di laureandi, spesso sugli stessi autori e su argomenti similari, non era dovuta a superficialità.
Erano invece la profonda conoscenza e la capacità di analisi che gli consentivano di osservare da diverse prospettive ogni soggetto e, grazie a ciò, riusciva a riferire una quantità interessante di cose diverse sul medesimo tema.
La scomparsa di Emanuela poteva davvero essere frutto di un atto di bontà di qualcuno che l’aveva tratta in salvo, come aveva affermato quella poliziotta, la bambina poteva ricomparire all’improvviso in braccio a qualche padre di famiglia e spegnere così ogni tormento.
Pina Scognamiglio, la vicina di casa
“Pozzuoli, Napoli, Quarto o un altro posto, dici tu. È vero, Natalia, quasi sicuramente la mia famiglia mi lascerebbe in pace, ma non è solo questo il problema. Non è solo il cognome che porto che mi pesa tanto. Proprio adesso, mentre venivamo, hai sgridato quei bambini arrampicati sui cumuli di immondizia.
“Quando i miei figli cresceranno, dove credi che giocheranno, a via Petrarca? Sotto al sole, questo sì, non si può negare, ma sempre nella fetenzia!”
Adele Giuliani, la moglie di Attilio
Lei era così, faticava a staccarsi dal passato. Figlia unica di Amedeo Giuliani, un poliziotto ottuso e un po’ violento, che aveva sposato la vanitosa Elvira, un peperino di un metro e cinquanta che si arrampicava su tacchi a spillo simili a trampoli, Adele, che il padre vezzeggiava col diminutivo di “principessina”, era venuta su avida di futuro, ma mai completamente sazia del pregresso.
Dovevano costringerla a non voltarsi indietro, usarle violenza.
Mattia Mangia, l'amante di Adele
Mattia Mangia si rimirò per l’ennesima volta nello specchio. Un ultimo colpo di pettine, un largo sorriso per contemplare il candore dei denti, un veloce palpeggiamento sull’esterno delle tasche. Soldi, documenti, chiavi, tutto a posto. Prima di lasciare il lussuoso appartamento di Via Orazio, schiuse la porta della camera da letto. Annusò il tepore profumato che l’aveva avvolto fino a poco prima, socchiuse le ciglia posando uno sguardo riconoscente sul letto.
Antonio Miranda, il capo camorra
Poteva passare inosservato, se non lo si fissava in viso, don Antonio, in caso contrario era difficile non provare un brivido.
Aveva gli occhi di un husky, di colore indefinito e avvolti nella trasparenza dei taglienti ghiacci siberiani. Il naso aquilino accentuava ancor di più il messaggio che lanciavano quelle vivide pupille: fierezza e decisione.
Aveva scelto il silenzio e l'esilio.
Un esilio muto e volontario, deciso nei riflessi di un sole malaticcio che rischiarava appena i ruderi di una città di morti.
Inutile esplorare cunicoli di pietra e penetrare anfratti remoti alla ricerca della trascorsa vita.
Nulla, non un segno tra quelle pietre antiche.
Solo sassi vetusti, malte plasmate e colorate da mani mercenarie, pagate da chi bramava di rammentare, ancora più che ai posteri, a se stesso, di essere vissuto.
E lui, che tra quelle rovine dei Tirreni aveva visto nascere l'amore per Adele, si disperava, ora, per averlo perso finanche nei ricordi.
Il primo bacio nella tomba dei tori, due occhi malandrini che fissavano le pitture erotiche per poi scrutarlo con sorrisi complici.
La prepotenza di quel ventre elastico che lo premette per la prima volta, stimolandone turgori incontrollabili, il suo impaccio per l'insolenza di quei fremiti di vita che invadevano un sepolcro, il tumulto del cuore.
Nulla, solo evanescenti rievocazioni di scene e figure prive di emozioni. Niente di Adele, della sua essenza femminea, dei suoi odori, dei suoi sapori.
Il fragore di un tuono lo scosse d'improvviso e le stupite urla dei turisti gli suggerirono d'istinto di correre verso l'auto, giusto in tempo per evitare l'acqua che venne giù a scrosci dalle nuvole abbarbicate al colle della Civita di Tarquinia vecchia.
Avevano ridotto un amore unico a brandelli, pensava rabbioso, mentre guidava verso il paese aguzzando lo sguardo tra i tergicristalli. Era stata Adele a prendere l'iniziativa, ma lui non era stato certo a guardare. Si era lasciato trascinare dalla moglie e avevano estirpato ogni radice di quell'amore, fino a cancellare il barlume stesso della sua esistenza. Cristo Santo, che stupida follia!
Presto fu nella camera che aveva preso in fitto e qui trovò la proprietaria pronta a consegnargli un candelabro di vetro colorato, a quattro bracci, con un moccolo e tre candele nuove.
"Se continua così, stanotte potrebbe mancare la corrente, professore. Non si sa mai."
Neanche il tempo di accendere la luce che un lampo, seguito da uno schiocco, confermò subito quella previsione.
Attilio si distese sul letto e indirizzò, ancora una volta senza l'esito auspicato, il pensiero alla sua donna. Passò in rassegna gli eventi più importanti, più significativi, niente. Non una pulsione.
Si tirò infine su, a sedere sul bordo del letto, e divenne preda di un pianto quieto e inconsolabile. Pianse, immerso nel dolore, e ricordò che la prima volta in un buco della mente si era infilato un agnellino che belava per paura, mentre lo trascinavano al macello. Inorridito per quello che sarebbe accaduto, Attilio, allora solo un undicenne, non era riuscito ad evitarlo.
Il padre, aiutato dal garzone del macellaio, tirava con un guinzaglio rudimentale l'animale al quale lui si aggrappava in lacrime con una mano, mentre con l'altra stringeva la sbarra di un cancello. Un affanno disperato ma inutile, un supplizio che gli aveva arroventato il cuore per poi sparire completamente dalla mente.
Pianse, risentendo quel tremulo lamento che molti anni dopo era ricomparso d'incanto, lacerandogli l'anima prima di riecheggiare nelle orecchie, mentre la bestiola risorgeva dal cimitero della sua memoria, facendolo scattare sul lettino dello psicanalista.
"L'agnellino!" Aveva urlato d'improvviso.
"L'agnellino?" Aveva chiesto Ruggiero, medico ed amico, posandogli la mano sul braccio. Ascoltata attentamente la dolorosa storia di quel bambino e di un agnellino, il dottore aveva concluso spiegando persuasivo e dolce:
"Abbiamo trovato il blocco all'espandersi dei tuoi sentimenti. Qui è la risposta ai tuoi
Aveva ventun’anni Attilio, quando ascoltò la lezione sulla sua psiche e non la dimenticò più. Ora, in lacrime, sul letto di una camera a Tarquinia sentiva ancora le roche parole del medico:
"Portiamo dentro di noi luoghi simili a quelli del pianeta che abitiamo. Deserti che ci inaridiscono o fertili vallate, dove nascono idee ed emozioni, vette che pochi raggiungono o depressioni dalle quali non riusciamo a risalire.
"Montagne e pianure, fiumi e mari riflettono nella nostra anima una completa geografia interiore nella quale non mancano le fosse, dove seppelliamo il dolore e gli eventi che lo generano. Crepacci profondi, alcuni tortuosi, vere e proprie foibe, voragini di roccia simili a imbuti rovesciati nel mondo tenebroso delle viscere terrestri, dov'è arduo ritrovare ciò che abbiamo perso.
"Tu, caro Attilio, hai inconsciamente rimosso l'episodio doloroso dell'agnellino e, con esso, il patimento e l'emozione. Avanzando nella vita non si dovrebbe, invece, mai insabbiare una parte del passato, penoso o meno che sia.
"Il dolore va metabolizzato, non annegato in un dimenticatoio. Vedrai che d'ora in poi ti torneranno in mente anche altri momenti mesti e di tormento, finalmente li assimilerai e la tua anima recupererà per intero la propria sensibilità"
Così era stato per davvero ed Attilio aveva ripreso a vivere, riscoprendo la poesia dell'esistenza, fatta di turbamenti e batticuori, di sofferenze e felicità dimenticate.
Pianse, pensando che da allora non gli era più accaduto di perdere il filo del percorso. Appena Adele gli aveva notificato il ricorso per sancire legalmente la fine del loro amore, però, era precipitato in un nuovo abisso. Labili reminiscenze svanivano senza lasciare segni della sua donna e del grande amore che li aveva uniti, la memoria smarriva ancora una volta tracce essenziali e d'improvviso una parte del suo passato scompariva, risucchiata chissà dove, e gli provocava uno stato confusionale che non aveva fine.
Scavò allora frenetico lungo gli accidentati budelli della mente e s'infilò di nuovo nei crepacci della memoria più nascosti. Grattò dovunque trovasse ombre di vecchie cicatrici, cercando il luccichio di qualche umore. Niente.
Pianse ancora, pianse finché fu sazio di dolore e poi si alzò.
Era da poco passato mezzogiorno, ma la stanza era al buio. Invece di aprire le serrande, accese i lumi del candeliere.
Voleva la penombra compagna alla sua pena.
Prese la stilografica dalla ventiquattrore di tela azzurra scolorita e tirò fuori la carta di pergamena di Amalfi. Dispiegò un foglio delicatamente e lo stirò con ripetute e tenere carezze.
Lì avrebbe scritto l'ultima poesia per un amore maltrattato, finito in polvere e poi disperso, annientato con furore da entrambi.
Ripensò ad Adele ancora una volta. Tutto vano, non la sentiva più dentro di sé.
Non sembrava possibile, ma era vero e la penna gli diede la conferma, muovendosi da sola.
Abbiamo lacerato questo amore
con furenti mandibole di iene.
Neanche morto ci lasciava tranquilli.
Lo abbiamo dilaniato e ora tace.
Tace, come le pietre del tumulo
che non gli innalzammo, noi sciocchi,
che non demmo sepoltura a quel fiore
per timore del suo solo ricordo.
Si fermò. Rilesse più volte quel che aveva scritto, mentre gli esplodeva di nuovo nella mente il nome di Adele.
Com’era potuta affondare nel nulla? Socchiuse gli occhi e captò i rumori del temporale. Il brontolio dei tuoni era lontano, la tempesta stava per finire. Anche lui avrebbe terminato presto.
Proseguì senza esitazioni.
E ora, nei riverberi d’inchiostro
dei ghirigori con cui dipingo i sogni,
torti sentieri che la mia penna traccia
disegnando l’amore, io più non ti ritrovo.
E raspo senza tregua le foibe della mente
alla vana ricerca di vestigia,
di qualche impronta di quella frenesia.
Nulla. Di te e di me. Nulla di noi.
Rilesse, sistemò un punto esclamativo all’ultimo verso dopo la parola nulla, un’altra esclamazione alla fine.
Poi aggiunse il titolo ”Foibe” e firmò: Attilio Starace.
Riavvitò quindi con calma il coperchio della Montblanc e provò a spezzarla senza riuscirvi. La scagliò allora a terra con forza, attese che si fermasse, seguendone il rimbalzo tra il pavimento e il muro, e infine la calpestò col tacco della scarpa finché non udì uno scricchiolio.
Non avrebbe più scritto niente con quell’arnese, né sulla carta d’Amalfi. Erano stati regali di Adele.
Sollevò le serrande e la luce ritornò fuori e dentro. Spense le candele, si spogliò e s’infilò sotto la doccia, dove si trattenne oltre ogni necessità, facendosi avvolgere dal caldo liquido, finché muscoli e nervi non ne furono sfibrati, sfiancati, ammollati.
Solo allora si appoggiò alla parete che copriva il tubo dell’acqua ancora caldo. Indugiò fin quando non avvertì più lo scivolio delle gocce che abbandonavano il corpo, trascinandone il tepore. Si rimise quindi eretto e aprì questa volta solo il getto freddo, gelido.
I muscoli, rabbrividendo, ritrovarono il vigore e con essi si ridestò la mente. Chiuse l’acqua, scosse il capo e uscì. Si asciugò con cura anche i capelli, poi indossò il jeans ed una felpa girocollo blu, recuperò i mocassini sotto il letto, ficcò i panni sporchi nella valigetta e si avviò all’auto.
“Esce?” Chiese l’onnipresente proprietaria della casa, un villino, una cui ala era destinata all’esercizio dell’attività di fittacamere.
“No, vado via, signora. Sapevo di trovarla qui, ecco la chiave.”
“Come? Parte già? Non ha trovato la persona che cercava?” Incalzò la donna, alla quale Attilio aveva riferito di essere venuto a Tarquinia per ritrovare una persona cara. Era arrivato verso le dieci e ora, prima dell’una, già partiva?
“No, purtroppo, no, signora. Non verrà più.”
Salutò e si calò nell’auto aggrappandosi al volante. Azzerò il contachilometri prima di mettere in moto.
La sua vita, senza più l’amore per Adele, cominciava da zero.
I sentimenti sono come le persone. Nascono, vivono per un certo tempo, bene o male ma vivono, e poi muoiono. Si spengono lentamente, per una malattia incurabile, o d’improvviso, per un incidente o un male repentino. Vanno via in silenzio o con strepiti e lamenti e lasciano, come le persone, forti memorie dentro l’anima o sbiaditi ricordi nella mente.
Mentre imboccava la superstrada, considerò che, con una sosta per il pieno e per mandare giù qualcosa, sarebbe arrivato a Pozzuoli intorno alle cinque del pomeriggio. Forse l’anziana mamma non ci sarebbe stata a quell’ora e lui non aveva le chiavi.
Chiamò per avvertire. Rispose Pina, la ragazza che abitava di fronte, e fu subito risucchiato nella limpida realtà.
“Professo’, quella, la signora ha la febbre alta. È stato un fatto viscerale, ha detto il medico.”
“Ma come, all’improvviso?”
“Eh, sì! Si è svegliata con la febbre.”
“Dorme?”
“Quasi, professo’. Le ho dato adesso una pasticca. Deve prenderne un’altra a mezzanotte, ma alle sei si deve fare la siringa.”
Il medico aveva ritenuto prudente una terapia aggressiva, la vecchia Anna dava preoccupazioni per la glicemia elevata, aveva il fegato in disordine e, ora, questa infezione viscerale.
Aveva raggiunto quasi gli ottant’anni la mamma, quando Attilio decise di dedicarsi a lei.
L’aveva già fatta sottoporre agli esami clinici del caso. Si era determinato ad alleviarne la solitudine con la sua presenza.
Un conto è avere un figlio che si preoccupa di te di tanto in tanto, altro è tenerlo a vivere con sé, fare famiglia. Ora la sua futura famiglia sarebbe stata per sempre quella donna che aveva lasciato tanti anni prima, per Adele.
“Grazie, Pina. Sei sempre gentilissima. Io sto tornando, arriverò alle cinque, cinque e mezza. Temevo di non trovare mamma, perciò ho telefonato.”
“Professo’, ce lo dico io, non vi preoccupate, Ma dove state?”
“Vicino Roma. Scusami, Pina, ti spiacerebbe mettere la chiave di casa sotto lo zerbino? Non vorrei disturbarla quando torno.”
“Sì, sì, professo’, lo faccio. Vi posso chiedere se avete chiarito con Salem? Lo avete sentito?”
“No, Pina. Purtroppo ieri …”
“Ieri?”
“No, niente! È nato un impegno imprevisto. Sono stato tutto il giorno occupato, poi sono partito all’improvviso, stanotte. Comunque, ora chiamo Abiz, lo avverto.”
“Io l’ho sentito poco fa. Ce l'ho detto che alle sei e mezza vado dall’avvocato, anche per il fatto di Carputo...”
“Sì, certo. Hai fatto bene.”
“Mi ha chiesto di voi, io ce l’ho detto che non c’eravate da mamma vostra.”
“Va bene, allora gli parlerò domani. Non preoccuparti! Come sta la bambina, dove sta?”
“Sta ancora con papà, da Malvina. Lì sta bene, al sicuro. Mi sono inventata un’epidemia di salmonella, che non la potevo portare in ospedale. Professo’, vi posso chiedere un piacere?”
“Dimmi!”
“Ho fatto il turno di notte, alle sei e mezza devo andare dall’avvocato. Gìà mi ha fatto un piacere, di sabato. Vorrei essere puntuale, mi potete telefonare per svegliarmi?”
“Alle cinque e mezzo ti chiamo. Ti sento più serena, sai?.”
"Sì, sì. Avevate ragione, meglio un accordo con Salem."
L’uomo riattaccò il telefono e sorrise. La piccola Emanuela era al sicuro. Normalmente stava sempre con la madre.
Pina la portava con sé anche nell’ospedale di Pozzuoli, dove lavorava come infermiera al reparto cardiologia, e la teneva nel nido fin quando finiva il turno.
Quello, però, era ancora un momento di grande tensione. Pina si era separata di fatto, da circa un mese, dal marito di origine araba e l’uomo voleva ad ogni costo tenere la figlia, almeno un paio di ore al giorno da solo e in un giorno del fine settimana.
In più si era affacciato con prepotenza nella vita dell’infante il dottor Giorgio Carputo, amante di Pina fino a qualche giorno prima del matrimonio della ragazza con Salem.
Carputo, aiuto primario del reparto dove lavorava la donna, era certo che la bambina fosse sua e non del padre risultante all’anagrafe, ora desiderava ufficializzare la cosa.
“Ma come?” Aveva chiesto ansiosamente Attilio "Voleva farti abortire, e ora? Ora vuole riconoscere la piccolina?”
“Professo’!” Aveva risposto Pina “Quello, da quando non trova più il figlio...Chi dice che sta in Africa, chi in India, insomma sta in giro per il mondo. L’ultima notizia è che stava in Tailandia, no,no, aspettate. Mi pare in Indonesia, vicino Singapore, da quelle parti lì. Insomma lui non sa se è vivo o morto e mo’...”
“Ed ora vuole un’altra figlia? Bah, si potrebbe anche comprendere se tu, se tu...”
“Quello è un egoista! Professo’, pensa solo ai fatti suoi e poi, io sono sicura che il figlio non è morto. Quello, il figlio, i genitori non li può vedere, non li sopporta proprio!”
“Nientemeno? Tu dici che...”
“Sìì! Ci metto la mano sul fuoco, ci metto. È tale e quale al padre, chillu disgraziato!”
Pina, intimorita dalle congiunte e pressanti pretese del marito da un canto e del precedente innamorato dall’altro, aveva ritenuto d’affidare per alcuni giorni Emanuela alla matrigna, una formosa rumena di nome Malvina, che aveva conquistato il cuore del nonno materno della piccina, Tommaso Scognamiglio.
A casa sua nessuno si sarebbe permesso di rivendicare quell’innocente per sé, padre vero o putativo che fosse.
Attilio accelerò per sorpassare un autoarticolato e rientrò tranquillo nella corsia di destra.
Avvertiva riconoscenza per quella vicina di casa che aveva premure per la madre e si sentiva in dovere di aiutarla ad uscire dalla preoccupante situazione in cui era venuta a trovarsi.
Si era impegnato personalmente con Salem per la ricerca di una soluzione bonaria tra lui e Pina ed avrebbe già dovuto comunicargli qualcosa, ma poi quel ricorso di Adele giunto inaspettato, quelle frasi cattive, quell’improvvisa sparizione della donna tanto amata in una nebbia fitta, impalpabile, e il repentino desiderio di recuperare subito qualcosa di lei, della sua anima, qualcosa di quell’amore unico, lo aveva indotto a raggiungere i luoghi dove il suo cuore si era trovato avvolto dalle fiamme per la prima volta.
Non era servito a niente.
Ora, però, aveva altro a cui pensare. Doveva riallacciare i contatti con Salem, avrebbero definito un’intesa ragionevole per restituire definitivamente tranquillità ad Emanuela e a Pina.
Quando ancora non dormiva presso la casa materna, Attilio la aveva vista di rado quella ragazza, poi, trattenendosi più spesso, aveva avuto modo di conoscerla e di incrementare i rapporti.
Lei gli aveva chiesto aiuto per la preparazione ad un concorso per la polizia penitenziaria. Lui si era reso volentieri disponibile, anche perché suo nonno aveva lavorato in quel Corpo e, poi, doveva pure disobbligarsi con la sua vicina.
La ragazza gestiva la scheda dei medicinali dell’anziana madre e le faceva flebo ed iniezioni intramuscolari. Le misurava la pressione, effettuando prelievi periodici per esami clinici, s’intratteneva a lungo a parlare di tante cose con la sua paziente e, quando c’era, talvolta con Attilio.
Per la sua amata mamma era come una persona di famiglia, Pina, e la ragazza tale si sentiva, tanto che aveva sempre rifiutato decisamente di essere pagata per le sue prestazioni.
Non s’imbarazzò, quindi, allorché chiese aiuto al professore per la preparazione al concorso. La materia più ostica, per lei, era la cultura generale e Attilio era l’insegnante adatto.
Dopo circa un mese tra lezioni e riflessioni varie, i due si erano legati e la confidenza si avviava ad aprire la strada all’amicizia.



