L'impegno civile

"Non sempre è possibile svolgere nei tribunali alcune azioni a difesa dei diritti fondamentali dei cittadini, questo è il motivo del mio impegno civile in favore dell'ambiente che prescinde dalle cause e dai giudici e si incentra nella preparazione di convegni e manifestazioni utili ad evidenziare problematiche non risolvibili dalla magistratura.
Tale impegno assolvo con l'associazione “L'Avvocato del mare” e con l'associazione “Costa dei sogni” con la quale siamo riusciti a riunire i sindaci di 26 comuni per agire insieme a difesa del mare a Nord di Napoli.
Parimenti talora è stato necessario tutelare diritti fondamentali quale il diritto di credito quando questo è calpestato da norme, quali quelle sul dissesto degli enti locali, che impediscono l'esercizio di azioni esecutive per decenni e che la la Corte Costituzionale non ha ritenuto ancora illegittime. Tale impegno ho svolto con l'associazione “Comitato dei creditori degli enti in dissesto“.
Ho inserito sul sito alcuni articoli di giornali che testimoniano gli esiti di queste battaglie civili per una maggiore conoscenza dei problemi e invito chiunque abbia a cuore la soluzione degli stessi a farsi avanti per un impegno comune."

Gaetano Montefusco

Comitato dei Creditori degli Enti in Dissesto

  • MONTEFUSCO TORNA AD ACCUSARE: "UN'INCHIESTA TROPPO A RILENTO"

    da il Roma del 10 aprile 2002
    La polemica | Parla il legale del Comitato dei creditori degli enti in dissesto

    Montefusco torna ad accusare:
    “Un'inchiesta troppo a rilento”

    Napoli. Gaetano Montefusco è il legale del Comitato dei creditori degli enti in dissesto (“sono circa 411 comuni” precisa) la vicenda-Gesac provoca in lui una reazione rabbiosa. E spiega anche il perché. “Perché la giustizia italiana ha tempi lentissimi, basti pensare che questa inchiesta si è conclusa dopo quattro anni nel corso dei quali molti creditori o sono morti o sono falliti...”. Per questo, secondo Montefusco, viene a cadere uno degli scopi dell'iniziativa legale tesa ad ottenere 200 miliardi di risarcimento dagli amministratori che si sono resi responsabili della svendita dell'aeroporto di Napoli. “Non è completamente così – afferma – certamente il coinvolgimento di Bassolino e Lamberti è tardivo per quelli che erano gli scopi dei creditori. È chiaro che da questa vicenda, e dai ritardi ad essa connessi, ne hanno tratto vantaggi, ad esempio, lo stesso Bassolino, ch è diventato presidente della Regione, o qualche assessore, che adesso siede in Parlamento. Ma alla fine chi chiedeva un risarcimento è rimasto sicuramente deluso...”.
    L'iniziativa dei creditori nacque anche dopo che si venne a conoscenza dei prezzi ai quali erano stati “venduti” gli aeroporti di Roma e Firenze. La valutazione viene fatta per passeggero e nel caso dello scalo capitolino il prezzo pagato fu di 200mila lire mentre per quello toscano di 130mila lire. Per Napoli, il costo che si sobbarcarono gli acquirenti è stato di 19mila lire. Un “regalo” vero e proprio, insomma... “Ripeto, qui si sono percorsi tutti i gradi della giustizia, da quella civile all'amministrativa. Poi si è arrivati alla Procura della Repubblica che ci ha messo quattro anni prima di arrivare ad una decisione che, lo ripeto, non soddisfa affatto quelle che sono le aspettative dei creditori e sicuramente non crea grosso danno a quelli che, come ho detto, hanno comunque svolto la loro carriera. Ma è sicuramente una vicenda dove i ritardi hanno pesato in maniera notevole....”. Una vicenda nella quale i creditori attendono ancora che 200miliardi si materializzino. Una speranza che potrebbe andare rapidamente delusa, deludendo anche quelli che si attendono maggiore chiarezza in una vicenda che presenta ancora molti lati oscuri
    (MP)

  • GESAC-BAA SCANDALO DA 210 MILIARDI

    da il Roma del 10 aprile 2002
    di Rodrigo Rodriguez

    L'affaire Capodichino | I retroscena della gestione dello scalo aereo napoletano ceduti a prezzi stracciati alla compagni inglese

    Gesac-Baa, scandalo da 210 miliardi

    Napoli. Gesac, Boc e Anm: un “trittico” di denunce, tutte firmate dal Comitato napoletano dei Creditori, e racchiuse in un unico filone giudiziario, finora risoltosi a vantaggio dell'Amministrazione comunale relativamente alle ultime due inchieste (anche se per l'ex Atan è ancora tutta da definire la posizione di diversi imprenditori e e dell'allora Consiglio di Amministrazione).
    Gli avvisi di chiusura dell'indagine da parte del pm Alfonso D'Avino sulla vendita-svendita della Gesac agli inglesi della Baa (l'accordo fu firmato il 7 marzo di cinque anni fa: son ben 22 gli indagati per concorso in abuso d'ufficio, tra amministratori comunali e provinciali), corrono di pari passo con la prima iniziativa in Italia di azione popolare per danni erariali, frutto di un'eventuale violazione di leggi e di principi di buona amministrazione.
    Denuncia alla Procura allo strumento previsto dalla legge 142/90 partono dalla stessa “ratio”: la cessione del 35% della società che gestisce i servizi di terra dell'aeroporto di Capodichino alla British Airport Authority a trattativa privata – cioè senza uno “straccio” di gara e ad un prezzo (oscillante tra i 23,5 ed 28 miliardi di lire) giudicato troppo basso. Un “regalo”, insomma.
    Il prezzo fu fissato da una perizia fatta da esperti dell'Amministrazione che valutarono il 100% del capitale Gesac ad un prezzo variabile tra i 67 e gli 80 miliardi.
    L'imprevisto era però dietro l'angolo, ovvero la privatizzazione di altri due aeroporti nazionali avvenuta dopo l'operazione promossa da Bassolino & company. Per privatizzare poco più della metà (precisamente il 51,2%) del capitale di Aeroporti di Roma, la società che gestisce gli scali di Ciampino e Fiumicino, il “Consorzio Leonardo”, formato da società prestigiose quali Gemina, Italpetroli, Falck ed Impregilo. versò all'Iri ben 2.570 miliardi.
    Calcoli alla mano, si nota come quella società sia stata valutata poco meno di 5.000 miliardi. Il Comitato dei creditori, guidato da sanguigno avvocato civilista Gaetano Montefusco, fece un semplice raffronto tra i valori dati ad Aeroporti e a Gesac: bene, Aeroporti vale 62 volte (se non 74, nella previsione “massimalista”) Capodichino. Ma stiamo scherzando?, con i due aeroporti, sfiora il 30% dei passeggeri e delle merci in transito sul territorio nazionale, mentre Capodichino si attestava all'epoca intorno al 4%: il rapporto, quindi doveva essere di 1 a 6 e non certo di 1 a 62 (o 74). Inoltre, la cordata guidata da Pier Giorgio Romiti acquistò le quote con una regolare gara, sconfiggendo due formidabili raggruppamenti: Benetton Caltagirone e Pirelli (sostenuti da un pool di banche, San Paolo, Imi e Ras) e gli aeroporti di Amsterdam Francoforte (affiancati dalla Popolare di Milano e da altri istituti di credito). A Napoli, invece, in assenza di una procedura di evidenza pubblica, gli inglesi non avevano concorrenza, quindi il prezzo non è stato orientato verso l'alto.
    Lo stesso ragionamento si può fare con la privatizzazione di Aeroporti di Firenze (AdF), che gestisce lo scalo Amerigo Vespucci a Peretola. Lo scalo fiorentino, certamente non superiore a quello partenopeo (subisce anche la concorrenza del vicino aeroporto pisano di San Giusto), venne valutato quanto, o addirittura di più, di Capodichino. Ed è tutto da dimostrare: in ogni caso, in percentuale, quindi, Firenze-Peretola sta a Napoli-Capodichino come uno sta a tre.
    Andiamo oltre: Aeroporti di Roma è stata venduta per un prezzo di 200 mila a passeggero. Tenuto conto che nel capoluogo partenopeo il numero di passeggeri è di 3,5 milioni, la Gesac valeva 700 miliardi, facciamo pure la metà dimezzando il valore pro singolo passeggero: stesso discorso per l'altro 35% acquistato dala Provincia.
    Siamo di fronte ad un vero e proprio “bagno”, tra i 105 ed i 210 miliardi, lira in più, lira in meno. Con l'iniziativa di azione popolare – va ribadito ancora una volta – l'eventuale ricavato sarà versato alle casse comunali. L'art. 7 della legge di riordino degli enti locali dice che ciascun elettore può far valere in giudizio le azioni ed i ricorsi che spettano al Comune. Una vera e propria “sostituzione”, peraltro a vantaggio e non in danno dell'ente locale che, com'è prassi, non “ama” costituirsi mai parte civile o avviare iniziative del genere quando tra gli indagati ci sono propri amministratori.

  • ECCO IL SACCO DELLA CITTA'

    da La Verità del 21 marzo 2000
    di Roberta Grassi

    Palazzo San Giacomo libro denuncia dell'Avvocato Gaetano Montefusco sul dissesto

    “Ecco il sacco della città”

    Decine di imprese partenopee rovinate dal fallimento del Comune – Le operazioni Boc e Gesac? “Un vergognoso imbroglio pubblico”

    “Il Comune di Napoli ha saccheggiato le risorse delle imprese creditrici con metodi che appartengono a periodi bui della storia economica internazionale. Questi comportamenti amministrativi e legislativi, costituiscono un monumento alla vergogna”. é il duro giudizio dell'avvocato Gaetano Montefusco che spara a zero contro l'amministrazione Bassolino e contro le legge dello Stato che ha consentito di azzerare i debiti degli enti , mandando all'aria migliaia di imprese”. Le accuse sono racchiuse nel libro: “Napoli 1993-2000 Monumento alla Vergogna: anatomia di una mistificazione” edito da Denaro libri. “Questa pubblicazione – dice l'avvocato – nasce dall'esigenza di informare la città e i consiglieri comunali, riunitisi ieri per approvare il bilancio, che dopo 7 anni dalla dichiarazione di dissesto nulla è stato fatto per il risanamento finanziario. C'è solo una delibera con la quale il Comune pensava di far accettare una assurda transazione a tutti i creditori. Dopo due anni, la metà di quest'ultimi ha detto no, ma. ancora una volta, questo problema non viene affrontato nel bilancio. Il Municipio – aggiunge Montefusco – è stato bravo nel far credere che il dissesto del Comune di Napoli sia stato risolto”.

  • GAETANO MONTEFUSCO TORNA ALL'ATTACCO

    da Il giornale di Napoli del 30 gennaio 2000
    di Rodrigo Rodriguez

    L'INTERVISTA

    Gaetano Montefusco torna all'attacco

    “Cause lunghe, ma ora il Comune pagherà”

    È l'estensore delle citazioni che fanno tremare nuovamente il Palazzo. L'avvocato Gaetano Montefusco torna alla carica sul dopo-dissesto.

    Avvocato, quante cause sono state avviate finora?
    “Già una decina, ma a febbraio ci sarà la parte più consistente delle citazioni. Per ora ci sono stati rinvii, in quanto la Commissione straordinaria di liquidazione ha chiesto che si costituisca il Ministero dell'Interno. Le prossime udienze sono previste per il mese di marzo”.

    Quando si avranno le prime decisioni?
    “Per fine anno. Sono cause di pieno diritto ed è il tempo minimo ragionevole. I tempi, poi, si allungheranno ulteriormente, perché chi perde ricorrerà certamente in Cassazione.

    Liquidato il 60% delle spettanze, ora chiedete il rimanente 40%. L'atto di transazione è dunque “carta straccia”?
    “Va inficiato per due aspetti: per la lesione ultra dimidium e per la violenza, normativa e comportamentale, perpetrata ai danni dei creditori”

    Questo per chi ha effettuato le transazioni: e per chi vuole l'intero credito?
    “Probabilmente debbono salire sul cornicione del Maschio Angioino e, forse, il sindaco Bassolino darà loro retta. La verità è che i creditori sono stati privati di ogni diritto, a partire da quello di difesa: ci sono le sentenze, ma non sappiamo davvero che farcene. C'è rimasta solo la protesta”.

    Non solo: è difficilissimo anche solo saperne di più
    “Ai creditori hanno tolto anche la potestà di controllo: non ci è consentito di visionare tutta la procedura di liquidazione. Non siamo nemmeno in grado di sapere se la Commissione ha incassato dal Comune tutti i residui attivi”.

    Ma non doveva esserci un acconto per chi non ha transatto?
    “Questa è un'altra illegittimità: l'acconto del 50% non viene saldato perché non si ultima il piano di rilevazione”.

    Sbaglio, oppure è come se la questione dissesto fosse stata rimossa dalla coscienza collettiva?
    “Non sbaglia, anche l'opposizione sembra aver mollato la presa. Vogliono tutti che sia transazione e basta: o bere o affogare”.

    I revisori hanno messo in guardia il Comune: il dissesto è una bomba che prima o poi potrebbe far saltare l'equilibrio di bilancio...
    “L'Amministrazione municipale sta giocando con il fuoco, oltre che con la pelle di tanti cittadini”.

    Le sue denunce hanno contribuito ad aprire un consistente filone giudiziario. Ma a che punto sono le indagini?
    “Me po chiedo anch'io. Di fronte alla celerità impressa ad altre inchieste, mi domando: che fine hanno fatto le denunce sui Buoni ordinari comunali e sulla Gesac? Hanno dato esito o sono state archiviate?”.

  • IL COMUNE FINISCE IN TRIBUNALE

    da Il giornale di Napoli del 30 gennaio 2000
    di Rodrigo Rodriguez

    Massiccia offensiva dei creditori che hanno accettato la transazione: ora chiedono il restante 40%

    Il Comune finisce in Tribunale. Citazione anche contro il Ministero dell'Interno

    I creditori del Comune di Napoli non ci stanno: dopo aver incassato il 60% delle loro spettanze, mettono in discussione la procedura semplificata di liquidazione dei debiti e puntano a recuperare il restante 40%.
    Stanno così fioccando numerosi atti di citazione: la Commissione Straordinaria di Liquidazione (che fa capo al Ministero dell'Interno) e Palazzo San Giacomo vendono chiamati a comparire innanzi al Tribunale che deve valutare l'annullamento del contratto tra creditori ed organo di liquidazione, ai sensi dell'articolo 1427 e seguenti del codice civile. È l'ennesima puntata dello scontro tra Governo e Comune da un lato, e titolari di imprese dall'altro, quest'ultimi costretti – per meri motivi di sopravvivenza economica – ad accettare l'indigesta transazione, ai sensi dell'art. 90 del decreto legislativo 77/95.
    Ancora una volta a sferrare l'attacco è l'avvocato Gaetano Montefusco, legale del Comitato dei creditori: in buona sostanza, il denaro già intascato deve intendersi come un acconto e il Municipio di Napoli, nella persona di Antonio Bassolino (nella qualità di sindaco pro-tempore) deve pagare il rimanente 40% gli interessi e la rivalutazione monetaria. Chi ha accettato la transazione, insomma, lo ha fatto unicamente perché versava in condizione di bisogno e di pericolo per la sopravvivenza della propria impresa: per chi l'avesse dimenticato, sono ormai trascorsi quasi sette anni dalla dichiarazione dello stato di dissesto: nessuno poteva reggere oltre economicamente, anzi talune imprese sono finite in mano agli strozzini. Nelle citazioni viene altresì chiarito che l'accordo impugnato è definibile solo teoricamente transazione, in quanto non ha nulla degli elementi di tale tipo di contrattazione. Si tratta, in effetti, di un testo recante l'intestazione “Scrittura privata di transazione e rinuncia” predisposto su un modulo informatico; in esso si legge che “i creditori che accettano vedranno soddisfatta la loro pretesa prima dei più lunghi tempi necessari per l'ultimazione del piano di rilevazione, della relativa approvazione da parte del Ministero dell'Interno e della successiva distribuzione di quote percentuali di credito”. Come non definirlo un ricatto, sia pure legalizzato?
    Gli istanti, più precisamente, spiegano che il consenso alla transazione è stato parzialmente viziato da errore, ignorando che la Commissione “non aveva alcuna competenza in materia di crediti maturati successivamente al suo insediamento”. La transazione è annullabile anche per questo profilo.
    Ma c'è, ancora e soprattutto, dell'altro: le transazioni sono avvenute “viziate da violenza, essendo esercitate da parte del debitore – Comune e Commissione – forme di coazione psicologica tendenti ad inculcare nei creditori la convinzione che, senza accettare l'accordo, il proprio credito non sarebbe stato esatto, o lo sarebbe stato in tempi molto più lunghi di quanto fissato dalla normativa e, in ogni modo, non utili a salvare l'azienda dalla rovina economica con conseguente perdita dell'onorabilità”.
    In definitiva, di fronte al taglio del 40% delle spettanze maturate entro il 31 dicembre '92 – una decurtazione che Padre Massimo Rastrelli non ha esitato a definire “usura di Stato” - i creditori sono stati presi per la gola, assumendo obbligazioni a condizioni inique “per la necessità ed il bisogno, noti alla controparte”.

  • L'AVVOCATO MONTEFUSCO: UNA PROPOSTA INDECENTE, NON ACCETTEREMO MAI

    da il Giornale del Sud del 13 giugno 1998
    di Roberto Aiello

    L'avvocato Montefusco:una proposta indecente non accetteremo mai
    ********
    Accuse & sospetti. É una vera e propria requisitoria contro l'atteggiamento dell'amministrazione comunale quella esibita da Gaetano Montefusco, uno dei legali dei numerosi creditori del Comune, nel corso della conferenza stampa con la quale è stata rigettata l'ipotesi delle transazione. Alla fine del suo intervento Montefusco ha intanto annunciato un ennesimo esposto alla Procura della Repubblica.

    Ai cinque filoni di indagini già in corso, dunque, se ne aggiungerebbe un altro. Cosa andrete a raccontare ai magistrati lunedì?
    “Beh, sì. Lunedì andrò personalmente a consegnare ai magistrati l'elenco degli adempimenti che il Comune di Napoli e la commissione liquidatrice dovrebbero onorare per depositare il piano di rilevazione dei debiti entro il 15 settembre. Un modo insomma per fornire elementi utili a valutare un'eventuale volontà dell'amministrazione di creare ulteriori ritardi”.

    Mai come questa volta il Comitato dei creditori è apparso così determinato. perché?

    Per un profilo di carattere etico. I creditori sono stati più volte accusati di avere crediti fasulli, ma dopo 5 anni e mezzo chi ha crediti legittimi vuole un distinguo, un riconoscimento. In realtà temiamo che la transazione proposta dal Comune impedisca lo svolgimento regolare della procedura che già a settembre dovrebbe cominciare a dare i suoi frutti. A sbloccare la situazione con gli acconti”.

    In che senso?
    “Il sospetto è che si possano utilizzare comportamenti scorretti, non conformi alla legge, cosa del resto già accaduta in passato, per scoraggiare i creditori e indurli alla transazione. Transazione conveniente solo per il Comune, naturalmente.

    Che vuol dire che è già accaduto in passato?
    “Che ad esempio quando la Corte Costituzionale dichiarò nel '94 che erano esigibili anche gli interessi, e i creditori cominciarono ad incassarli grazie a provvedimenti dei magistrati, l'allora insediato governo Prodi fece subito una legge proprio per bloccarne il pagamento”.

    Ma, in questo senso l'amministrazione Bassolino che c'entra?
    “Ha sempre trascurato la questione sin dal primo momento, ritenendo che non gli appartenesse come problema. Così, almeno fino a quando non c'è stato il primo intervento della Procura della Repubblica, del giudice Arcibaldo Miller. Eravamo nell'ottobre del '95. Fi convocato e spiegai i motivi della nostra protesta, le nostre preoccupazioni. Allora il Comune aveva esaminato solo 104 pratiche su più di 10mila. Da allora, in un certo senso, sono stati costretti a metterci un po' più di impegno”.

    Dopo il vostro diniego alla transazione che cosa si prospetta adesso?
    “Speriamo almeno che non si concretizzino comportamenti ostruzionistici. Ma a tutt'oggi non hanno ancora pubblicato il bando col quale i crditori dovevano presentare e documentare le domande al fine di consentire una distinzione rapida tra i crediti legittimi e non”.

    Dunque ancora non c'è il piano d rilevamento dei debiti, previsto obbligatoriamente entro settembre, e non c'è neppure il bando. E a settembre mancano due mesi...
    “Non solo, ma c'è anche un'altra preoccupazione, neppure tanto remota che risiede nel comportamento del legislatore che quando un termine non viene rispettato dall'amministrazione locale, anziché attivarsi a favore dei legittimi diritti dei cittadini, concede proroghe su proroghe. Una prospettiva del genere sarebbe dannosissima per i creditori. Si finirebbe per sfiancarli e per indurli alla transazione. Non a caso padre Rastrelli parlò di estorsione. Insomma, andrebbero in rovina. Anzi, grazie all'amministrazione comunale, molti di questi ci sono già andati”.

  • LE CIFRE DEL DISSESTO FINISCONO IN PROCURA

    da il Giornale del Sud del 13 giugno 1998
    di Roberto Aiello

    Le cifre del dissesto finiscono in Procura

    Il comitato dei creditori respinge la proposta di transazione: “È lesiva della nostra dignità”

    Nessuna transazione, nessuno sconto. Il Comitato dei creditori del Comune di Napoli ha deciso: rigetterà la proposta avanzata dall'amministrazione Bassolino. Anzi, la delibera che vorrebbe definire la questione dei debiti del Comune, e quindi del dissesto, attraverso il versamento del solo 60% del capitale dovuto sino al 3 maggio del '93, ha finito per mandare i creditori su tutte le furie.
    “Non solo non accetteremo questa proposta – ha dichiarato il presidente del comitato, Luigi Milone – ma andremo avanti fino alla fine”.
    L'assurdo, è stato spiegato ieri nel corso di una conferenza stampa, è che l'amministrazione comunale non risulta certo a corto di risorse per far fronte ai suoi “impegni” che ammontano a circa 1.000 miliardi. I debiti accertati che il Comune avrebbe dovuto onorare già da tempo, ha spiegato Milone, avrebbero potuto essere pagati attingendo ai vecchi crediti (l'amministrazione comunale ne vanta per circa 1.068 miliardi), o ai beni mobili, (come ad esempio i 280 miliardi della vendita delle azioni Gesac, ancora non incassati) oppure a quelli immobili (il Comune ha palazzi per 3.000 miliardi). E se ancora non bastasse, continua Milone, ci sono anche gli utili o gli avanzi di amministrazione (circa 300 miliardi) resi possibili dall'aumento delle imposte, Ici in prima fila. Il tutto senza contare lo stanziamento del Governo previsto in questi casi (580 miliardi). Insomma i soldi ci sono e, dunque, quella proposta di transazione è inaccettabile. Tanto più che questa penosa situazione dovrebbe sbloccarsi il 15 settembre, termine ultimo per la presentazione del piano di rilevazione dei debiti. Da allora, spiega infatti Milone, la legge prevede che il Comune inizi a versare ai creditori acconti compresi tra il 40 e il 70 per cento del dovuto. Pertanto, è stato affermato, quella proposta è soltanto lesiva delle dignità di chi ha già rimesso abbastanza. Ma non solo. Contrariamente a quanto affermato tanto dalla Commissione liquidatrice (nota n. 148 del 20 maggio '98) quanto dalla stessa amministrazione comunale, la delibera di transazione non sarebbe stata concordata con i creditori, nemmeno, come è stato asserito, con l'associazione dei costruttori in prima fila. “È tutto falso – avverte l'avvocato Gaetano Montefusco, uno dei legali del comitato – non ci hanno mai interpellato. E, fino a prova contraria gli unici rappresentanti dei creditori siamo noi del comitato. Anzi lo stesso presidente dei costruttori del'Acen, Enzo Giustino, mi ha detto testualmente di non saperne nulla e di essere in completo disaccordo con questa proposta”. Ma il significato della conferenza stampa di ieri, alla quale erano presenti tra gli altri anche i senatori di Forza Italia Salvatore Lauro e Emiddio Novi, nonché il consigliere comunale di Alleanza Nazionale Pietro Diodato, va ben al di là del semplice rigetto di una “offerta”. Il sapore è infatti quello della denuncia. Grava sulla vicenda il sospetto che quanto previsto per settembre, il pagamento degli acconti, possa essere aggirato attraverso l'emanazione di nuovi provvedimenti legislativi tesi a ritardare il versamento di quanto dovuto e a scoraggiare i creditori.
    Ma c'è di più: altro timore è che, nell'ansia di eliminare il problema dissesto, alla fine il danaro per pagare i creditori legittimi vada per buona parte a chi non ne ha assolutamente diritto. Il tutto dopo che “per 5 anni governanti e amministratori locali – si legge in una nota del Comitato – hanno sbandierato in ogni occasione che il dissesto del Comune andava attribuito alla “Mala gestio”. Ma in tutto questo tempo non sono state accertate responsabilità né introdotte norme per impedire ogni pagamento a inquisiti, corrotti, concussi e mafiosi”.
    I creditori, avverte Milone, terranno gli occhi bene aperti.

  • DAL DISSESTO AI BOC: IL MIO LIBRO E' FINITO NELLE MANI DEI PM

    Il Mattino del 9 giugno 1999
    di Corrado Castiglione

    Il legale dei creditori del comune ha scritto un dossier da cui è scaturita l'inchiesta

    “Dal dissesto ai Boc: il mio libro è finito nelle mani dei Pm”

    Due esposti, da qui è partita la retata all'Anm. Da una parte i creditori del Comune, che in seguito all'emissione dei Boc si sono rivolti alla Procura; dall'altra le associazione di disabili, che hanno denunciato ai pm il paradosso dei nuovi bus: nuovi e bellissimi eppure fuorilegge, perché non rispettano la normativa europea in materia di tutela agli handicappati.
    L'avvocato Gaetano Montefusco, 48 anni, rappresentante dei creditori del Comune, sentito più volte dai pm titolari dell'inchiesta sull'Azienda mobilità, ha persino scritto un libro per spiegare le ragione delle sue denunce. Il titolo: “Dal dissesto ai Boc”. “I magistrati lo hanno letto ancora prima che fosse dato alle stampe”, racconta oggi Gaetano Montefusco. Sono 1791 i miliardi di debito contratti dal Comune di Napoli con relative 19 mila pratiche: per il 50 per cento si è giunti alla transazione. Ma perché i creditori hanno dichiarato guerra all'operazione Boc? “Me lo faccia dire: per me oggi è un giorno triste, dispiace sempre quando qualcuno viene privato della libertà personale – esordisce il legale – mi auguro però che blitz sia funzionale alla ricerca della verità. Non è vero che noi creditori siamo, in linea di principio, contrari all'emissione dei Boc. Contestiamo, piuttosto, la normativa che consente a un ente che ha accumulato, di poterne contrarre dei nuovi. Nel libro che ho scritto ho cercato di capire la finalità dell'operazione Boc e devo dire che i conti proprio non tornano”. Gaetano Montefusco snocciola cifre e dati per spiegare quali sono i suoi dubbi: “I buoni sono stati emessi a un tasso che non è certo un affare: il costo è del 9,82 per cento all'anno, decisamente elevato. E i soldi che servivano per acquistare i bus non sono stati tutti spesi. Basti pensare che nel '97 erano accantonati ancora circa 150 miliardi, che fruttavano un interesse pari alla metà del costo. Di qui la riflessione: scusate, ma a cosa è servita questa operazione? Ho l'impressione che sia servita solo per aumentare il prestigio internazionale; si è cercato credito finanziario sui mercati internazionali soltanto per favorire l'ascesa di una classe dirigente”. Montefusco non ha sollevato dubbi e perplessità soltanto sui Boc, ma anche sull'operazione Gesac: “Provincia e Comune hanno venduto le loro quote, nonostante il dissesto. Come se non bastasse, la procedura adottata è quella della trattativa privata”. Ora Gaetano Montefusco, sta scrivendo un ulteriore libro: “il Titolo non l'ho deciso ancora, ma si tratta di un approfondimento delle vicende Boc e Gesac”.
    Per quanto riguarda i disabili, in prima linea c'è l'Onlus, la lega per i diritti degli handicappati, che ha presentato numerosi esposti in Procura. Ecco un passaggio delle denunce: “Quali iniziative ha adottato l'Anm per superare l'ingiustificata discriminazione nel continuare ad acquistare autobus nuovi e inaccessibili?”. Gli stessi vertici dell'Anm avevano ammesso nel '98, in un lungo carteggio con l'associazione disabili, che nessuno degli autobus acquistati con i fondi Boc rispettava la normativa in materia di tutela dei disabili: appena 64 mezzi fra quelli in circolazione era in regola con la legge.

  • NON SI FERMA L'INCHIESTA PENALE

    da Il Giornale di Napoli del 10.4.198
    di Brunella Cimadomo

    NON SI FERMA L'INCHIESTA PENALE
    Secondo i giudici è il valore delle quote a determinare la competenza dell'organo di vendita
    ***
    Nel suo studio di Corso Vittorio Emanuele, l'avvocato Gaetano Montefusco, 47 anni e conosciuto per la battaglia intrapresa al fianco dei creditori del Comune, studia le sentenze depositate dai giudici ma la sua aria non è specchio di rassegnazione. Forse dopo aver seguito, per anni, “il più grande bluff della storia economica internazionale” (così è sottolineato il suo ultimo libro) è abituato ai “Miracoli italiani”.

    Avvocato, è andata male?
    “La materia è complessa e non esistono precedenti. La decisione dei giudici amministrativi appare ben motivata ma non condivisibile. Si sostiene che i creditori avrebbero dovuto impugnare il comportamento omissivo delle commissioni liquidatrici relativo al mancato inserimento delle azioni nell'inventario dei beni e non la vendita della quota azionaria”.

    E non può impugnare questo comportamento omissivo delle commissioni?
    “Si, ma potrebbero farlo solo quei creditori che venissero a conoscenza oggi di tali violazioni e non quelli che, invece, avevano presentato ricorso nel giudizio già deciso”.

    Questa sentenza porrà fine anche all'inchiesta penale?
    “Non credo. Il TAR ha omesso l'esame di gran parte delle doglianze”.

    Quali?
    “Quella relativa alla trattativa privata in luogo di una gara ad evidenza pubblica, o quella che riguarda la consegna delle azioni agli inglesi senza il versamento contestuale del controvalore”

    E perché?
    “In tutte e tre le sentenze, il TAR ha desiderato evidenziare che il giudizio amministrativo, contrariamente a quello penale, consente al giudice solo l'esame delle infrazioni relative a domande del cittadino che vi abbia interesse”.

    E i ricorrenti non avevano interesse
    “Il TAR ha ritenuto inammissibili tutte le domande proprio per difetto di interesse a ricorrere. Ha esaminato solo uno dei quesiti dei consiglieri provinciali di An e nessuno di quelli dei creditori e degli ambientalisti. Si è limitato a stabilire che la giunta poteva effettuare la vendita giacchè non aveva un valore strategicamente rilevante”.

    E lei è d'accordo?
    “Niente affatto, la motivazione, per quanto bene argomentata, non è convincente. Presenteremo ricorso al Consiglio di Stato. Una vendita di quote azionarie è una vendita e basta. Se il legislatore avesse voluto creare distinzioni l'avrebbe fatto”.

    Si può parlare di sentenza di “regime”?
    “È una libera interpretazione di giudici liberi. Non condivisibile e quindi impugnabile”.

  • I CREDITORI DEL COMUNE PASSANO PER LA CASSA

    da il Giornale di Napoli 23 maggio 1996
    di Gennaro Scotto Pagliara

    I CREDITORI DEL COMUNE PASSANO PER LA CASSA
    Riscossi dopo un pignoramento i primi 625 milioni. Ed è solo l'inizio

    Ore 9,00 di ieri, mercoledì 22 gennaio 1996: presso la cassa della Tesoreria del Banco di Napoli, nella Galleria Principe di Napoli, si è presentata una decina di persone. Sul viso di tutti, c'era stampato un sorriso colmo di soddisfazione. A qualcuno brillavano gli occhi dalla commozione. I componenti il gruppetto, che con molta discrezione hanno intascato una serie di assegni pari alla somma di 625 milioni di lire, non sono i fortunati vincitori di una lotteria, sono soltanto 9 (nove) dei circa diecimila fornitori che vantano crediti con il Comune di Napoli.
    E quella che si è aperta ieri può rappresentare la “breccia di Porta Pia” per tutti i creditori che da anni, non riescono a incassare una sola lira dai forzieri di Palazzo San Giacomo. E i soldi pagati ieri mattina sono solo gli interessi maturati da tre anni a questa parte: il credito resta tutto ancora da incassare. Nel gruppetto dei nove “fortunati” figura anche il responsabile della “Società Meridionale Manutenzione srl”: una società che “avanza” dal Comune di Napoli la somma di 890.540.259 lire (accertato e certificato da commissari straordinari-liquidatori) e che rischia il fallimento perché debitore verso un Ente pubblico, l'Istituto Nazionale della Previdenza sociale di 89.309.85.
    Creditori di enti pubblici costretti a fallire per debiti verso Enti pubblici: una spirale perversa, tutta italiana e napoletana in particolare. Infatti, degli oltre 400 Enti pubblici falliti in tutta Italia, la Campania ne detiene 96: preceduta soltanto dalla Calabria con 119. Soltanto il Comune di Napoli, sui 25mila creditori nazionali, vanta il numero maggiore: circa 10mila. E la cifra dovuta è da capogiro: oltre 2.300 miliardi di lire che con gli interessi (recentemente riconosciuti) fanno lievitare la somma a circa 3mila miliardi di lire. E sui ritardi accumulati dal Comune di Napoli, per il pagamento dei debiti, c'è un'indagine condotta dalle Procura di Napoli, dove si ipotizza il reato di “omissione di atti d'ufficio”. L'inchiesta è stata affidata al sostituto procuratore Arcibaldo Miller.
    A dar man forte ai creditori, c'è stato il parere favorevole della Consulta della Corte Costituzionale che dichiarava: “I crediti continuano a produrre interessi e rivalutazione monetaria e che i relativi importi devono essere pagati non dalle gestioni commissariali dei vari comuni, ma dale gestioni correnti degli Enti dissstati una volta risanati”.

  • DISSESTO, CALA IL SIPARIO DOPO TREDICI ANNI

    Dopo tredici anni il Comune di Napoli esce dal dissesto finanziario: sono 3.637 i creditori ammessi dala commissione straordinaria di liquidazione per un importo complessivo di 952 milioni e 715 mila euro. Per il Sindaco Rosa Russo Iervolino e l'assessore alle Risorse Strategiche, Enrico Cardillo si tratta di “una giornata storica” che chiuse una fase difficile per la città. Nel corso di una conferenza stampa organizzata ieri e Palazzo San Giacomo sono stati illustrati gli effetti positivi per Napoli,m che “si libera di una macchia che aveva appannato l'immagine della città”.
    da Il Denaro del 17 marzo 2006

  • IL COMUNE DICE ADDIO AL DISSESTO

    Stop ai conti in “rosso”. Via Libera ai pagamenti per gli ultimi creditori per un importo di circa 68 milioni di euro.
    Montefusco: ma in tanti sono morti o falliti aspettando i soldi

    di Gerardo Ausiello - da Il Giornale di Napoli del 17 marzo 2006

  • COMUNE DI NAPOLI CONDANNATO: PAGHERÀ 370 MILIONI

    MAXI RISARCIMENTO
    di Cristiano Gatti - Il Giornale del 13 dicembre 2002

  • “IL COMUNE HA SACCHEGGIATO LA CITTÀ”

    Anm, Boc e Gesac: gli scheletri nell'armadio della giunta Bassolino.
    Dissesto finanziario: l'avvocato Montefusco spara a zero su Palazzo San Giacomo

    di Roberta Grassi - La Verità del 21 marzo 2000

  • BOC, DALLA TRANSAZIONE ALL'ESTORSIONE

    Libro denuncia presentato dall'avvocato Gaetano Montefusco, legale dei creditori del Comune di Napoli
    di Eleonora Mazzone - IL GIORNALE DI NAPOLI del 21 marzo 2000

  • L'IMPRESA DISPERATA DI UN LEGALE: FAR PAGARE I DEBITI A BASSOLINO

    Napoli alla Bancarotta
    di Cristiano Gatti - da Il Giornale del 2/11/1999

  • NAPOLI, 27 ARRESTI PER 600 BUS MILIARDARI

    Truccata l'asta, ordini di cattura per i produttori favoriti e i vertici dell'azienda comunale
    di Carmine Spadafora - Il GIORNALE del 9 giugno 1999

  • CITTADINI NON C'È UNA LIRA

    Comuni in Bancarotta - Un esercito di 25 mila creditori è in rivolta contro le numerose amministrazioni che, grazie a un'apposita legge, non pagano più i debiti. La maggior parte dei casi è concentrata nel Sud, ma non mancano esempi al Nord. E a Napoli la magistratura indaga.
    di Francesco Anfossi - Famiglia Cristiana n. 22 del 29.5.1996

L'Avvocato del Mare

  • Cuma: I comitati, fermate quel disastro

    Sit in di protesta davanti al depuratore di Cuma. Un centinaio di persone ieri mattina si sono riunite davanti all´impianto di Pozzuoli per protestare contro il malfunzionamento. Qualche settimana fa lo sciopero dei dipendenti e lo sversamento in mare di 400 mila metri cubi di liquami, è scattato un vero e proprio allarme per l´ambiente mentre continuano le polemiche tra la Hidrogest, società che gestisce il depuratore, e la Regione Campania “concedente” del servizio, in ritardo nei pagamenti. Per la fine del mese è attesa la decisione di una eventuale risoluzione del contratto.
    «I cittadini sono allarmati - dice Antonio Damiano, promotore della protesta - I dati Arpac, pubblicati sul sito il 2 luglio, parlano di 200 mila batteri coliformi a Licola, mentre il limite è di 2000. È ora di accertare le responsabilità nella gestione del depuratore e fermare questo disastro». L´appuntamento è stato dato via Facebook da un gruppo chiamato “Chiudiamo il finto depuratore di Cuma” e sono intervenuti comitati civici, associazioni per la difesa dell´ambiente, politici e semplici cittadini. «La confusione è generale - denuncia Damiano - Sappiamo per certo che al depuratore arrivano rifiuti chimici che non è in grado di smaltire. E tutti noi continuiamo a pagare un canone sulla bolletta dell´acqua per una depurazione che non riceviamo».
    Un impianto progettato negli anni Settanta che agisce con una tecnologia vecchia e inadeguata. Sul cui ammodernamento si discute senza trovare soluzioni. «È uno scandalo - denuncia Gaetano Montefusco, legale dell´associazione ambientalista “Costa dei Sogni” - Sono sette anni che stiamo facendo una battaglia contro questo impianto». Un ingranaggio delicato che già da tempo mostrava segni di cedimento: «Basta un granello di sabbia e si blocca, lo sappiamo tutti - continua Montefusco - C´è anche una nostra denuncia alla Procura, dopo tanto tempo è stata ritrovata. Il fascicolo è stato affidato alla sezione ambientale». Verifiche dettagliate e nuove analisi da confrontare con i dati Arpac, stabilire la vera entità del danno dopo lo sversamento, diffondere i dati reali sulla condizione dell´inquinamento delle acque: queste le richieste dei comitati uniti nella protesta che si sono dati appuntamento per giovedì. «Stiamo pensando di coinvolgere il ministero dell´Ambiente», interviene Maria Rosaria Luongo di Legambiente.
    Intanto, la situazione è allarmante anche sul litorale casertano: il rapporto 2009 dell´Arpac ha vietato la balneazione per 30 chilometri di costa. Colpa di un altro depuratore, quello di Villa Literno. (La Repubblica - Napoli, 13 luglio 2009)

  • Inquinamento marino per le acque di scarico: il caso approda a Bruxelles

    Simone D'Antonio, Il Denaro, 7 giugno 2007

    Approda in Parlamento europeo il caso delle acque di scarico di Quarto. Verrà esaminata oggi a Bruxelles dalla Commissione parlamentare per le petizioni la denuncia presentata dall'associazione "Avvocato del mare " sulla situazione di grave pericolo d'inquinamento marino legato all'inesistenza di impianti di depurazione di acque di scarico urbane nel comune di Quarto.
    La petizione invita il Parlamento europeo a prendere in considerazione la grave situazione di pericolo per la salute che riguarda gli abitanti dell'intera zona costiera in cui viene effettuato lo sversamento delle acque non depurate.
    Il testo descrive inoltre l'inadeguatezza delle opere fognarie esistenti che dovrebbero convogliare i liquami di una comunità di 40 000 abitanti verso un altro impianto provvisto di depuratore, ma che in realtà si trasforma in una cloaca a cielo aperto con forte pericolo per l'ambiente e la salute degli abitanti.
    Nel testo che viene presentato ai membri dell'assemblea parlamentare europea viene inoltre brvemente riassunta la difficole situazione dello scarico di acque reflue nell'intero agglomerato di Napoli, che è coinvolto nella procedura di infrazione orizzontale comminata dalla Commissione europea all'Italia ed attualmente in corso.
    I quattro impianti di trattamento di acque reflue esistenti non vengono infatti ritenuti sufficienti per collegare tutti i comuni dell'agglomerato ad un sistema di depurazione: tale stato di cose viola la direttiva 91/271/Cee concernente il trattamento delle acque reflue urbane ed inserisce anche l'agglomerazione napoletana tra i 468 agglomerati europei verso cui è stata avviata una procedura di infrazione su questa direttiva.
    La Commissione ha invato a riguardo un primo ammonimento scritto all'Italia: ora si è in attesa della risposta delle autorità italiane, che è attualmente al vaglio.

  • Scandalo depuratori: rimborsi all'orizzonte

    Dopo l'estate nera del mare napoletano e lo scandalo del depuratore di Cuma scendono in campo gli avvocati partenopei. Un sostanzioso risarcimento non solo per gli operatori e gli imprenditori delle zone colpite, ma anche per i cittadini che vivono nell'ansia e nel timore per la propria salute. E'quanto chiedono i legali dell'associazione forense "l'avvocato del mare".
    Di Eleonora Tedesco da "Il Denaro" del 24 0ttobre 2009

    La Corte Costituzionale di recente ha autorizzato i cittadini a chiedere il rimborso dei canoni pagati per la depurazione quando il lavoro di smaltimento dei liquami non avvenga correttamente. La Cassazione, inoltre, ha ammesso, oltre alla risarcibilità del danno patrimoniale nelle forme di lucro cessante e danno emergente, anche quella del danno morale.
    Due sentenze che, secondo i membri dell'associazione "L'avvocato del mare", rappresentano il quadro normativo entro il quale poter far valere, in sede legale, i diritti di quanti, semplici cittadini e imprenditori hanno pagato a caro prezzo le disfunzioni del depuratore di Cuma. "Abbiamo avuto un momento molto difficile, come avvocati cerchiamo d'individuare le responsabilità e d'informare i cittadini su come devono fare per ottenere il ristoro degli ingenti danni subiti", sostiene il presidente dell'associazione forense Gaetano Montefusco, che punta il dito contro la "Regione e l'Hidrogest spa, concessionaria del depuratore di Cuma grazie a un contratto di oltre 2mila miliardi delle vecchie lire, spalmato su 15 anni".
    I cittadini, spiega ancora, che "hanno subito il cosiddetto danno da ansia, hanno diritto ad un risarcimento non patrimoniale. Gli imprenditori, così come gli esercenti dei negozi - continua - hanno diritto a ben più ingenti danni. Devono dare la prova del calo di presenze e del calo d'incassi, e così potranno ricevere un ristoro, nella speranza che l'effetto panico non abbia riflessi anche sulla prossima stagione". Sul fronte dei canoni, spiega Montefusco, gli abitanti delle zone interessate "possono chiedere un rimborso a causa del malfunzionamento del servizio. Noi, come associazione, siamo pronti a dare la nostra assistenza". L'avvocato chiarisce anche che i richiedenti devono attendere la definizione delle modalità di rimborso e gli importi che, una Legge dello Stato, in vigore dopo la pronuncia della Consulta, ha affidato ai gestori.

  • Le azioni delle associazioni a difesa del mare

    Convegno si Rimini sull'ambiente marino. Intervento di Gaetano Montefusco
    Avvocato - Foro di Napoli
    Presidente Associazione “L’avvocato del mare”
    Quotidianamente, ed a causa di svariati motivi, l’ambiente marino è oggetto di aggressioni non sempre percepite come tali.
    L’unica fonte di inquinamento dei corpi idrici, e in particolare del mare, sulla quale i cittadini italiani possono però sperare di influire immediatamente ed incisivamente, ottenendo talvolta risultati concreti, è l’inquinamento da reflui urbani, civili ed industriali.
    Per i fattori di inquinamento conseguenti invece a mutamenti climatici e/o a disastri ecologici quali l’affondamento di petroliere o di navi pattumiera che trasportano pericolosissimi veleni, così come per l’inquinamento diffuso proveniente dal dilavamento di terreni intrisi di componenti chimici, usati come fertilizzanti nell’agricoltura e trascinati a mare con le piogge, c’è poco da fare.
    In questi casi, per la lotta in favore dell’ambiente, occorrono necessariamente forti poteri che solo i governi degli Stati nazionali hanno mentre le associazioni ambientaliste – anche se di livello planetario come il WWF o Greenpeace – possono limitarsi ad un lavoro di sorveglianza e di denuncia, non avendo concrete possibilità di interventi propri e diretti per l’eliminazione o l’attenuazione dei fattori inquinanti.
    Diverso è invece il risultato che è possibile ottenere, anche da semplici associazioni locali, nella lotta all’inquinamento dipendente dal versamento di reflui in mare o in corpi idrici minori quali laghi, fiumi e torrenti.
    Occorre subito precisare che nell’opulenta civiltà industriale, al pari dello smaltimento dei rifiuti solidi, lo smaltimento dei reflui ha assunto dimensioni ormai immani, definite da qualcuno come piaghe bibliche.
    Basti pensare che, come risulta dall’annuale relazione al Parlamento, il consumo di acqua in Italia è pari a 740 mc. per abitante e che quasi altrettanto liquido viene scaricato a mare o in altri corpi idrici da ciascuno di noi dopo l’uso, e si avrà – effettuando caso per caso soltanto una moltiplicazione – l’idea della quantità di reflui che quotidianamente si scaricano in mare da piccoli centri o grandi città.
    L’aumento costante della popolazione, dalla fine della seconda guerra mondiale, e la scelta sciagurata di molte delle autorità all’uopo preposte di voler depurare le acque reflue attraverso impianti di grandi dimensioni, talvolta giganteschi come quello di Castiglion Torinese, il più grande centro di raccolta e trattamento fisico, chimico e biologico presente in Italia, che può depurare l’acqua usata da oltre 2 milioni di abitanti, hanno comportato la creazione di veri e propri piccoli fiumi artificiali che sfociano a loro volta in fiumi veri o sulla battigia del nostro splendido litorale.
    Nel migliore dei casi le acque che escono dagli impianti di depurazione, quando sono perfettamente depurate, sono ricche di sostanze chimiche e di sostanze organiche naturali, ma ci sono deprecabili casi, come accade con l’impianto di Cuma in provincia di Napoli che pure tratta reflui di oltre un milione di abitanti, in cui queste acque sono invece troppe volte ancora inquinate, se non addirittura “brute”, vale a dire prive di qualunque trattamento anche primario, scaricate in mare così come provengono dalle latrine di case, di scuole, alberghi etc.
    Valga per tutti l’indecente situazione della Campania, dove esiste la più grande cloaca a cielo aperto d’Europa, se non del mondo. Cloaca che va sotto il nome di “Regi Lagni” ma che di regale ha solo il nome essendo un puzzolente fiume con tanto di affluenti che formano un imponente bacino idrografico di ben 1.133 Kmq (più del doppio dell’intero territorio della provincia di Rimini) nel quale, oltre agli escrementi umani e delle decine di allevamenti di bufale della zona, si ingorgano con le acque piovane, che li trascina a mare, pure scorie industriali e carcasse di animali di ogni tipo e grandezza.
    In più – ed è questa la situazione di gran parte dei depuratori del nostro Paese - mancando una capillare rete fognaria differenziata, una per le acque propriamente nere e una per le acque piovane, si verifica troppo spesso che i depuratori, in caso di pioggia, siano destinati a ricevere masse d’acqua meteorica sovrabbondanti rispetto alle loro capacità di ritenuta e che siano quindi costretti a deviare con appositi by-pass qualunque liquido giunga in quel momento ai loro impianti.
    Di qui lo spargimento frequente sulla riva delle nostre spiagge, anche durante il periodo estivo, di reflui non trattati, di cotton fioc, ovatte, pannolini e altro materiale sgradevole e ripugnante e quindi dell’inquinamento della fascia costiera proprio nel tratto normalmente più frequentato d’estate per la balneazione.
    Negli ultimi anni alcune associazioni di dimensione locale, ma forti per chiarezza di idee e determinazione dei soci, – tra cui spiccano per impegno “Basta Merda in Mare” a Rimini, sull’Adriatico e “Costa dei Sogni” a Napoli Nord, sul Tirreno - si battono per eliminare questo sconcio proponendo due diversi tipi di soluzioni a seconda della geografia dei luoghi in cui operano.

    Gli scarichi sul Tirreno
    Il Tirreno è un mare molto profondo, in alcuni casi sin dai primi metri dalla riva, e in più è un mare aperto con ricambio di acqua notevole.
    Questo è il motivo per cui si è pervenuti alla convinzione che la realizzazione di condotte sottomarine, che allontanino i reflui trattati dalla battigia, costituisca la soluzione migliore per il disinquinamento del litorale.
    Va chiarito che non è sufficiente allontanare soltanto i reflui dalla riva, perché in tal caso si sposterebbe solo l’inquinamento senza alcun contributo benefico all’ambiente, e che le condotte sottomarine – per essere efficienti ed integrare il sistema attuale di depurazione – devono raggiungere invece determinate profondità marine.
    La profondità più adatta alla quale portare tali condotte è certamente quella al di sotto della cosiddetta “linea di termoclina” che è la linea immaginaria che separa la zona marina riscaldata dal sole da quella invece fredda che il sole non riesce a raggiungere.
    Poiché il movimento delle masse d’acqua è causato principalmente da due macro fenomeni che sono nell’ordine i movimenti superficiali generati dall’azione del vento (wind stress) e della rotazione terrestre da un canto e la circolazione termoclina, indotta dai cambiamenti di densità dovute alle variazioni di temperatura e/o salinità, dall’altro, risulta evidente che i reflui portati al disotto della linea di termoclina non entrano più in circolo e non riaffiorano se non dopo l’assimilazione completa da parte del mare, mare che resta – nonostante gli sforzi dell’uomo nel settore della depurazione – il più grande ed efficiente depuratore esistente.
    La linea immaginaria di termoclina non è posta ad una profondità standard, ma varia da zona a zona e nel Tirreno si trova mediamente ad una profondità tra i 25 e i 35 metri.
    Portare le condotte sottomarine a scaricare i reflui trattati a tale profondità rende la depurazione perfetta ed elimina del tutto l’inquinamento, non lo sposta soltanto in alto mare.
    In tale ipotesi anche un temporaneo guasto degli impianti o l’uso dei by-pass in tempo di pioggia non provocano soverchi problemi in un mare ipotrofico, bisognevole di nutrimento, quale è il Tirreno a causa della profondità e dello scarso apporto di agenti nutrienti dovuto all’assenza di grandi fiumi.
    Nei casi in cui, per le caratteristiche del fondale, si pensi ai fondali bassi e sabbiosi presenti anche sul Tirreno, non è possibile raggiungere agevolmente la profondità marina al di sotto della linea di termoclina, si può allora ripiegare quantomeno portando i reflui trattati al di sotto della linea neutra. Anche questa immaginaria e posta al confine del moto ondoso del mare che è sito – a seconda delle varie località – ad una profondità tra i 12 e i 22 metri.
    Portare i reflui a tale profondità vuol dire creare le condizioni perché il loro ritorno a riva sia rallentato quanto basta alla distruzione certa degli agenti inquinanti patogeni da contaminazione fecale e quindi avere comunque il litorale in condizioni di miglior balneabilità.
    Nell’uno e nell’altro caso il materiale sversato dai depuratori, invece di posarsi sui piedi e sulla pelle dei bagnanti, va in profondità tali da consentire l’eliminazione delle sgradevoli schiumette e della pessima colorazione che hanno le acque scaricate.
    Quando si parla di acque inquinanti bisogna considerare infatti che sono tali anche quelle acque rispettose dei valori tabellari previsti dalla legislazione di cui al D.Lgs 152/99 e dalle successive modifiche, se comunque, una volta giunte nel corpo idrico recettore (mare o lago o fiume), continuano ad avere una cattiva colorazione, spumette galleggianti ed altro.
    La Corte di Cassazione, infatti, con la sentenza n. 11710/2000 ha stabilito che lo scarico di sostanze inquinanti o deturpanti in acque pubbliche come quelle del mare integra danneggiamento comportante il deterioramento di cose mobili esposte per necessità alla pubblica fede e destinate all’utilità pubblica.
    La Suprema Corte ha ritenuto sussistente l’ipotesi di danno ambientale, prevista e punita dall’art. 135 c.p., ogni qualvolta si verifica a mare lo sversamento di acque luride, pur se rispettanti i valori tabellari.
    Il motivo per cui le associazioni locali dell’area a Nord di Napoli si battono per ottenere condotte sottomarine alle foci artificiali del litorale va ricercato dunque nel legittimo desiderio di allontanare dalla riva le acque inquinanti, siano rispettose o meno dei valori tabellari.

    Gli scarichi sull’Adriatico
    Sull’Adriatico la soluzione delle condotte sottomarine non è considerata idonea per vari ordini di motivi. Questo mare, infatti, a differenza del Tirreno, è poco profondo e quindi per raggiungere le profondità al di sotto della linea di termoclina occorrerebbero condotte troppo lunghe e pompe costosissime per spingere l’acqua tanto lontano.
    In più, a differenza degli altri mari italiani, l’Adriatico, oltre ad essere interessato dal fenomeno dell’eutrofizzazione, che è il risultato dell’arricchimento dei nutrienti presenti nelle acque, prevalentemente nitrati e fosfati, dei grandi fiumi che vi sfociano, è anche un mare chiuso con scarso ricambio con gli altri mari.
    Da qui consegue la diversa impostazione della lotta ambientalista delle associazioni locali tesa ad impedire lo scarico a mare e ad ottenere il riuso delle acque reflue in senso stretto mediante la costruzione di bacini interni verso i quali dirigere la rete fognaria dei reflui urbani,
    Per tale soluzione è necessario, però, un doppio sistema fognario, uno per i reflui da riutilizzare e uno per le acque piovane.
    In realtà il doppio sistema fognario rappresenterebbe la soluzione ideale ovunque e sarebbe auspicabile che gli amministratori pubblici lavorassero in tale direzione, ma in città che sono diventate vere e proprie megalopoli diventa illusorio pensare di raggiungere un tale risultato in tempi brevi per cui le risorse per la doppia rete fognaria risultano ben impiegate soltanto in zone dove è impossibile realizzare condotte sottomarine, come nel caso di Rimini.

    Le azioni delle associazioni
    Quali che siano le esigenze connesse a ciascun tipo di lotta ambientalista sono però simili le azioni che i cittadini possono mettere in campo a difesa del loro diritto ad una sana balneazione.
    Un mare balneabile, poi, continua ad essere – nonostante l’alternativa di piscine e parchi acquatici – un fondamentale attrattore turistico e si pone quindi come una risorsa indefettibile per i centri rivieraschi che dal turismo intendono trarre profitti.
    Le azioni delle associazioni andrebbero viste perciò con favore anche dagli imprenditori del settore che, invece di preoccuparsi per un minimo di pubblicità negativa derivante dall’evidenziazione del fenomeno inquinamento nelle loro zone, dovrebbero essere tra i più attivi a sostenere i volontari che dedicano tempo e risorse alla difesa dell’ambiente marino.
    Purtroppo, però, da parte di troppi è invalso l’uso di tentare di nascondere i problemi piuttosto che risolverli ed ecco che l’attivismo dei volontari delle associazioni viene visto erroneamente come negativo solo perché esse mettono in luce le piaghe da curare.
    Nell’isolamento cui sono costretti questi difensori dell’ambiente è pertanto importante, per non avvilirsi e dismettere l’attività di lotta, agire utilizzando al meglio le proprie possibilità operative, scegliendo le azioni più efficaci a tutela dei diritti dei cittadini.

    L’azione popolare
    Una delle azioni più importanti ed incisive è sicuramente quella prevista dall’art. 7 della legge n. 142/90, oggi trasfusa nell’art. 9 del Testo Unico delle leggi sugli ordinamenti locali, n. 267/2000, che va sotto il nome di azione popolare.
    Va subito precisato - per chiarire lo sfavore con cui i politici guardano a questa possibilità concessa “per distrazione” ai cittadini - che fino alla modifica introdotta dall’art.318 del D.Lgs n.152/2006 la normativa prevedeva un favor non da poco per le associazioni ambientaliste.
    Era difatti previsto che le associazioni di protezione ambientale, sia pure soltanto quelle che operavano in almeno 5 regioni, potessero direttamente proporre tutte le azioni risarcitorie di competenza del giudice ordinario che spettavano al comune e alla provincia, conseguenti a danno ambientale.
    Poi, probabilmente a seguito del fastidio che le predette associazioni davano al potere costituito sostituendosi ad amministratori inerti mediante l’uso di tale azione o ancor più per il timore di una modifica richiesta da alcuni parlamentari che appoggiavano la battaglia dell’associazione “Costa dei Sogni” (www.costadeisogni.it) e che tendevano a concedere l’uso di quest’azione anche alle associazioni ambientaliste operanti solo in un’unica Provincia o Regione, la norma, invece di essere estesa a tali associazioni locali, è stata del tutto abrogata.
    Rimane quindi – e non è poco – l’altra previsione legale contenuta dall’art. 9 D.P.R. n. 267/2000 che, nonostante l’abrogazione del terzo comma, conserva nel titolo il ricordo dell’originario favor per l’ambiente ed è questa:

    “art.9. Azione popolare e delle associazioni di protezione ambientale.
    1. Ciascun elettore può far valere in giudizio le azioni e i ricorsi che spettano al comune e alla provincia.
    2. Il giudice ordina l’integrazione del contraddittorio nei confronti del comune ovvero della provincia. In caso di soccombenza, le spese sono a carico di chi ha promosso l’azione o il ricorso, salvo che l’ente costituendosi abbia aderito alle azioni e ai ricorsi promossi dall’elettore.”

    La norma ha lasciato quindi al cittadino-elettore di un comune o di una provincia, la possibilità di sostituirsi agli enti per l’esercizio di qualunque azione e quindi anche per la repressione degli illeciti ambientali.
    La legittimazione ad esperire l’azione popolare rinviene ora la sua ratio e la sua espressione solo nella qualità di cittadino, identificata nella sua fondamentale manifestazione: l’esercizio del diritto di voto.
    Occorrerà quindi – a seguito dell’abrogazione del terzo comma – che il Presidente dell’associazione ambientalista o qualunque associato, nel proporre l’azione popolare, presenti al magistrato a cui si rivolge, il proprio certificato elettorale.
    La prima applicazione di questa importante norma che – a seguito delle modifiche disposte dalla legge 3.8.1999 n.265 - ampliava l’originaria azione popolare, concessa dalla legge del 1990 solo dinanzi al giudice amministrativo, fino a consentire azioni innanzi alla giurisdizione ordinaria, civile e penale, si è avuta proprio a Napoli ed a cura dell’estensore di questo articolo, in occasione del procedimento contro alcuni dirigenti ed amministratori dell’A.N.M. (Azienda Napoletana Mobilità) e di società fornitrici di bus.
    In quell’occasione il sindaco Bassolino non intese far costituire il Comune di Napoli parte civile nel giudizio e ci fu un cittadino elettore a costituirsi per conto del comune e della provincia.
    L’ordinanza, resa dalla IX sezione penale del Tribunale di Napoli, - Presidente Alfonso Chiliberti – si preoccupò, in sede di prima applicazione sul territorio nazionale, di chiarire i limiti e la portata del nuovo articolo 7 della legge 142/90 dissolvendo le numerose perplessità adombrate dai difensori degli imputati e concernenti la possibilità di esercitare l’azione popolare nel processo penale.
    Secondo i magistrati l’azione popolare si estende al processo penale al quale è applicabile l’istituto in ordine all’integrazione del contraddittorio nei confronti del comune.
    In parole più semplici, una volta avvisato l’ente che se non si costituirà vi provvederà egli, in suo luogo, il cittadino elettore potrà sedersi sul banco degli accusatori.
    E non vi sono limiti per il numero di cittadini che volessero esercitare questo diritto giacché sulla presenza di più attori popolari il Tribunale osservò che se è vero che l’azione è unica, ben possono permanere nel processo tutti gli attori popolari, anche in considerazione del fatto che la regolarità della posizione processuale di ciascuno potrà consentire il permanere dell’azione nonostante vizi o irregolarità attinenti alla posizione processuale di altri.
    È vero, aggiunsero i giudici, che così potrebbe trovare ingresso nel processo un numero indeterminato di persone, con l’ulteriore inconveniente dell’adozione di linee difensive diverse e magari confliggenti, ma ciò non costituisce un ostacolo.
    In caso di domande divergenti, come nel caso in cui, ad esempio, uno chieda il risarcimento ed altro le restituzioni, esse si cumuleranno ove compatibili, o andranno considerate domande alternative.
    In più se più elettori esercitino autonomamente l’azione popolare, l’adempimento all’onere dell’integrazione del contraddittorio da parte di uno solo di essi avrà funzione conservativa dell’azione, che è e resta unica, fermo restando che chi non ha ottemperato all’ordine del giudice resterà escluso dal processo
    Da allora si è aperta una strada ancora non molto conosciuta, grazie alla quale è possibile intervenire incisivamente a tutela degli interessi di comuni e province anche in materia ambientale.
    Per dare un esempio dell’utilizzo in materia accennerò ad un’azione che sarà proposta agli inizi del prossimo anno 2008 attualmente in corso di preparazione ed attinente proprio al problema dei reflui.
    Oggi, dall’entrata in vigore dell’art. 31 della L. n. 448 del 23.12.1998, il pagamento degli oneri per la depurazione delle acque, che noi effettuiamo al momento in cui paghiamo la bolletta dei consumi di acqua potabile, costituisce un pagamento di corrispettivo che è pure maggiorato della relativa IVA. Per il servizio di depurazione, quindi, in cambio del pagamento di un corrispettivo è lecito attendersi l’espletamento di un servizio idoneo.
    Per il principio sacramentato nel brocardo “inadimplendi non est adimplendum”, è assolutamente normale che si rifiuti il pagamento del corrispettivo a chi non svolge il servizio per il quale si paga.
    Ora, nel momento in cui si depurano le acque com’è che si controlla se il servizio di depurazione è ben svolto? Si controlla allo scarico dei depuratori là dove è possibile verificare se i reflui sono stati depurati o meno. Se in una zona qualunque d’Italia si verifica che il mare è inquinato nonostante l’uso di depuratori è ovvio ipotizzare che i depuratori non funzionano o non funziona il sistema di collettamento dei reflui. Nell’uno o nell’altro caso il servizio di depurazione non è stato fornito perché se c’è la merda a mare c’è un servizio mal funzionante.
    Non vi è quindi ragione di pagare il corrispettivo per la depurazione se la depurazione non è fatta a regola d’arte ed allora – e qui interviene l’azione popolare – non c’è motivo per cui un comune versi all’ente addetto alla depurazione (In Campania è ancora L’Eniacqua Campania) il denaro che i cittadini versano al comune stesso o a sue società per il servizio di depurazione.
    Ecco, questa è l’azione che i cittadini delle associazioni aderenti a “Costa dei Sogni” proporranno a nome dei 26 sindaci dei comuni interessati dall’inquinamento marino e fluviale contro il soggetto deputato ad incassare i corrispettivi dei reflui.
    È evidente come, in caso di successo dell’azione, il risultato ottenuto sia incisivo: non sarà l’abitante di questo o quel comune a proporre la causa ma sarà – grazie all’azione popolare – il comune stesso con la conseguenza che chi depura le acque non riceverà ingenti somme se non svolgerà al meglio il suo servizio.
    Ecco, questo è un esempio di utilizzo della norma di cui all’art.9 del D.P.R.267/2000.
    Ovviamente altre e tante sono le possibilità di sostituirsi ai sindaci o ai Presidenti di Provincia per sopperire alla loro eventuale inerzia nella repressione degli abusi ambientali e sono identificabili, tali possibilità, in tutte le azioni spettanti a tali enti contro i cittadini e contro altri enti.

  • Basta ritardi, subito la condotta sottomarina

    26/07/2009
    Un progetto che arriva con almeno 25 anni di ritardo. Da quando imperversava la guerra tra i sostenitori dei depuratori, da installare lungo le coste della Campania, e i fautori delle condotte sottomarine. Vinsero i primi, ma la battaglia dei secondi non è mai finita. E il disco verde dell'assessore regionale all'Ambiente, Walter Ganapini, al progetto per la realizzazione di una condotta sottomarina a completamento degli impianti di depurazione di Cuma e Villa Literno, riaccende la speranza. E le polemiche. Dall'assise della città di Napoli e del Mezzogiorno, riunita ieri mattina, parte il monito: fate presto. Gaetano Montefusco, in rappresentanza della Costa dei sogni, un cartello di 40 associazioni ambientaliste, alza il tiro. «Siamo pronti a manifestare a Roma pur di vedere realizzata subito quest'opera. Già l'assessore Nocera ci diede garanzie e non fece nulla. Ganapini ha impiegato un anno e mezzo per dare l'ok. E quando sottolinea che devono finire in mare solo acque depurate, non fa che confermare quello che noi sosteniamo da sempre: servono interventi di fitodepurazione per il trattamento delle acque reflue». Per gli ambientalisti, la condotta sottomarina a Cuma è indispensabile, quant'anche il depuratore funzionasse perfettamente. «Hanno costruito prima il tetto della casa e ora vogliono mettere le fondamenta - dice Serena Romano - prima il depuratore e solo ora la condotta: il risultato è che il mare campano è distrutto». Sulla guerra tra i sostenitori dei depuratori e delle condotte, il ricordo dell'avvocato Gerardo Marotta: «Negli anni '70, quando il sindaco Valenzi ripulì le acque del Golfo adottando il sistema delle condotte sottomarine, l'Unione industriali insorse. E chiese alla Cassa del Mezzogiorno di intervenire. L'ente, interessato al business dei depuratori, cercò di assoldare lo scienziato americano Oppenheimer, sostenitore delle condotte. Questi, per tutta risposta, ruppe una sedia sul tavolo del cda della Cassa. ”Siete dei corrotti”, gridò, e andò via». en.pr.

  • 25 luglio 2007: la manifestazione per la legalità a favore dell'Operazione Chernobyl

    Sotto il torrido sole di fine luglio, i volontari di Costa dei Sogni arrivano a gruppetti da Napoli e Pozzuoli, vengono da Giugliano e da Marano, da Quarto e da Castelvolturno.
    Vengono fino alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per la loro manifestazione in favore della legalità.
    In testa ci sono le truppe femminili dell'ARCA, l'Associazione per la Rinascita di Castelvolturno con le sue bandiere colorate e gli striscioni inneggianti all'Operazione Cernobyl con la quale il PM Donato Ceglie ha inferto un duro colpo alla criminalità ambientale che avvelena il nostro mare e le nostre terre.
    C'è poi una folta delegazione della Coldiretti con associati provenienti da Pozzuoli e dal litorale, sotto la guida di Marcello De Simone, direttore della sede di Caserta.
    Arrivano poi i volontari dell'Associazione dei Vigili del Fuoco in congedo di Giugliano, quelli delle ACLI di Bacoli e dell'Associazione Fiamme d'Argento di Pozzuoli.
    Dietro di loro sventolano le bandiere bianche e blu dell'Associazione “Mare Blu” di Quarto e dell'Associazione “Mare Azzurro” di Marano. Ci sono infine i soci di “Bagnara che vive” e anche cittadini comuni che si aggregano spontaneamente.
    Una lunga fila composta e colorata scivola silenziosamente lungo l'edificio baluardo dello Stato in Terra di Lavoro portando bandiere e decine di cartelli di ringraziamento ai Carabinieri e alla Procura Sammaritana.
    “E' stata una manifestazione all'inglese. Una manifestazione composta e civile a sostegno della legalità che contrasta con vigore i nuovi untori, gente senza scrupoli che sparge ovunque veleni dannosi alla salute e all'ambiente”, ha commentato Gaetano Montefusco, presidente dell'Associazione Ambientalista “L'Avvocato del Mare” e legale di Costa dei Sogni, il cartello ambientalista cui fanno capo oltre 40 associazioni che operano sul litorale Domitio da Monte di Procida a Mondragone e poi.

    L'avvocato Montefusco ha incontrato poi per qualche minuto il Procuratore Capo Mariano Maffei, per portare a nome di tutti un sobrio ringraziamento all'azione del suo ufficio, e ha precisato che tutte le associazioni aderenti a Costa dei Sogni chiederanno ai comuni del litorale di costituirsi parte civile nel processo contro gli imputati dell'operazione Cernobyl.
    Se i comuni rimarranno inerti saranno allora direttamente i cittadini aderenti al cartello ambientalista a costituirsi in nome e per conto dei primi cittadini più svogliati, mediante l'esercizio dell'azione popolare prevista dall'art. 7 della L. n. 141 dell'8 giugno 1990 come modificata dall'art.4 della legge n.265 del 3 agosto 1999.
    Sincera soddisfazione è stata espressa dai numerosi presidenti delle associazioni presenti alla manifestazione che hanno deciso anche di far pervenire al Procuratore della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere una formale richiesta tesa ad essere individuati come parti lese in questo importante procedimento che ha visto i Carabinieri del Gruppo per la tutela dell'ambiente procedere a 38 fermi ed al sequestro di 37 autoarticolati che trasportavano i fanghi velenosi dai depuratori di Cuma, Marcianise, Orta di Atella e mercato san Severino, in luoghi proibiti.
    A conclusione della manifestazione oltre a Costa dei Sogni e all'Associazione “L'Avvocato del Mare”, hanno preannunciato la presentazione di una querela-denuncia per la deturpazione del mare ai sensi dell'art. 635 c.p. anche l'Associazione “Il Bilanciere” e l'Associazione “Arca” che operano sui devastati territori di Castelvolturno.

  • Il PDL a fianco di Costa dei Sogni.

    Il 15 maggio, a qualche mese dalle elezioni provinciali del prossimo 6 e 7 giugno 2009, i vertici del Pdl della nostra Regione hanno voluto sottolineare l'impegno del primo partito italiano a favore del risanamento ambientale del litorale domitio.

    “Il degrado ambientale, nel quale i cittadini della Campania sono costretti a vivere da anni, è il segnale piu' evidente del fallimento delle politiche del centrosinistra a Napoli e in Campania” ha affermato Nicola Cosentino, coordinatore regionale Pdl, nel suo intervento alla conferenza stampa tenutasi al lido Le Dune di Licola sul tema “La bonifica del litorale domizio-flegreo non può piu' aspettare”.

    “Se - ha aggiunto il parlamentare - in materia di raccolta di rifiuti urbani, grazie al deciso intervento del Presidente del Consiglio Berlusconi, si e' potuto tirare un sospiro di sollievo, con l'apertura del termovalorizzatore di Acerra e di altre discariche, per il resto siamo ancora all'anno Zero”.?

    Difatti, con 573 infrazioni accertate (il 14,7% sul totale nazionale) e ben 63 arresti nel corso dell'ultimo anno, ci sono, secondo i dati dell'Arpac, l'Agenzia regionale per l'ambiente, 2.551 siti da bonificare in Campania, tra discariche, zone di abbandono incontrollato di rifiuti o sversamenti di residui industriali.

    In questo contesto di degrado e di dilagante illegalità, il litorale domitio-flegreo detiene il poco invidiabile primato di essere la località con più alta presenza di siti inquinati e inquinanti.

    “Negli ultimi tre anni - ha ricordato Gaetano Montefusco, lo storico legale e ideatore dell'Associazione Costa dei Sogni, che da anni si batte per il recupero della fascia costiera domitio-flegrea - si ipotizza siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione circa tredici milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie che, tradotti in camion, significano 520mila tir, che hanno attraversato l'Italia per concludere i rispettivi tragitti nelle campagne napoletane, nell'entroterra salernitano, e soprattutto nelle discariche abusive del casertano”.?

    “Secondo i dati ufficiali del ministero della Salute sulla balneabilità delle acque - ha aggiunto Montefusco -, in questo territorio ci sono più impianti di depurazione che in qualunque altro posto in Italia. Le acque reflue che sfociano sul litorale domitio-flegreo dovrebbero essere le piu' depurate d'Italia, giacchè ben il 94% di tutte le acque che vi si scaricano sono trattate e depurate; mentre, ad esempio, Napoli ripulisce solo il 59% dei suoi scarichi e Salerno l'80%.

    Eppure, sempre secondo i medesimi dati, il litorale domitio-flegreo e' il piu' inquinato d'Italia. Perché? Tra i tanti paradossi che scandiscono la storia degli oltre cinquanta chilometri di costa che da Monte di Procida raggiunge il Garigliano, vi e' quello dei Regi Lagni: un bacino fluviale di oltre 800 chilometri quadrati, che è, oggi, la più grande fogna d'Europa a cielo aperto.?

    “Senz'alcuna remora - ha stigmatizzato Montefusco – l'amministratore della società Hidrogest spa, responsabile del depuratore di Cuma, ha recentemente confessato, innanzi alle telecamere di “Striscia la notizia”, che lo scarico del depuratore a mare e' illegale, non autorizzato e che l'impianto non e' in grado di depurare un bel niente.

    Ma l'impianto di Cuma non è un'eccezione.?
    “Nel medesimo stato di inefficienza totale - gli ha fatto eco il candidato presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro - si trovano gli impianti di Villa Literno, di Acerra, Marcianise e Napoli nord. In poche parole tutti e cinque gli impianti del Ps3 gestiti dalla Hidrogest, la concessionaria unica del servizio, per la cui scelta sono stati impiegati circa cinque anni”.Due anni fa - ha rilevato Pasquale Giacobbe, sindaco di Pozzuoli, nel cui territorio ricade anche la frazione di Licola Mare - furono spesi trecentomila euro per mettere a punto un progetto per la realizzazione di una condotta sottomarina e fu pubblicamente promesso dall'assessore all'ambiente regionale Nocera che entro quest'anno sarebbe stata completata, e invece ancora non se ne vede neanche l'ombra.

    “Il principio delle condotte sottomarine, che negli Stati Uniti sta soppiantando la purificazione chimica – ha spiegato Montefusco - è un sistema integrato di depurazione, che non si basa sul semplice allontanamento delle acque dalla riva, che non risolverebbe granché, ma prevede invece di portare le acque reflue alle profondità termoclimatiche o della linea neutra.
    La profondità termoclimatica e' una linea immaginaria che separa le acque fredde, che la luce del sole non riesce a raggiungere, da quelle invece riscaldate dal sole. Essa e' posta, nel Mar Tirreno meridionale, ad una profondita' di 25-35 metri, e al di sotto di essa le acque non risalgono in superficie seguendo il moto ascensionale, ma stazionano sul fondo dove vengono sedimentate. La linea neutra e' invece quella linea immaginaria che si trova ad una profondita' tra i 12 e i 15 metri, e separa le zone superficiali del mare, coinvolte nel moto ondoso, da quelle non coinvolte. L'una o l'altra scelta, presuppone ovviamente una diversità di costi.

    “Nel caso di Cuma – ha concluso Montefusco – la condotta progettata dall'equipe tecnica guidata dal professor De Martino, raggiunge la profondità di circa 25 metri a 2.780 mt dalla costa. Allo scarico, in prossimità dei diffusori andrebbero sistemati filari di cozze per raffinare la depurazione. Una sola cozza depura 4 litri di acqua all'ora, ne basterebbero 15mila per depurare al top i 60.000 litri di acqua che sfociano ogni giorno a Cuma, una cinquantina di filari di mitilici darebbero un'acqua trasparente e splendida come un tempo”. (DA www.costadeisogni.it)

  • NAPOLI/PROVINCIA: LITORALE DOMITIO, 4 PROPOSTE CONTRO INQUINAMENTO

    (ASCA) - Napoli, 3 lug - Un fondo di ventimila euro per far fronte all'emergenza; il potenziamento delle attivita' di repressione e controllo; l'attivazione di sinergie fra Istituzioni; la richiesta d'intervento del Ministero dell'Ambiente. Sono le quattro proposte avanzate dal presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro per contrastare l'inquinamento del litorale domitio-flegreo dopo l'incontro con i sindaci di Giugliano, Monte di Procida e Pozzuoli e con il consigliere provinciale Ermanno Schiano, il prefetto Franco Malvano, i rappresentanti dei balneari e delle associazioni ambientaliste guidate dall'avvocato Gaetano Montefusco dell'Associazione Costa dei Sogni.

    Cesaro ha annunciato che nei prossimi giorni terra' un incontro con i responsabili e con una delegazione delle maestranze dell'Hydrogest, la societa' che gestisce l'impianto di depurazione di Cuma.

  • Gli operatori assediano Ganapini «Ci rovinate, restituiteci il mare»

    (dal Corriere per il Mezzogiorno del 22 luglio 2009 di Anna Paola Merone)
    Tensione all’incontro voluto da Cesaro. Sui vermi, che l'assessore ritiene esche, in cor­so verifiche alla Dohrn»

    NAPOLI — Duecentoquarantacin­que chilometri di costa, divisa in 167 punti, sui quali vengono effettuati 4.500 prelievi all’anno. Prelievi che raccontano di un Golfo sostanzial­mente balneabile. E le spiagge di Na­poli e provincia sono state ieri al cen­tro ieri di un incontro — dai toni acce­si, rabbiosi, a tratti minacciosi — che si è svolto alla Provincia. Padrone di casa il presidente Luigi Cesaro con i suoi assessori al Mare (Luigi Muro) e all’Ambiente (Giuseppe Caliendo), presente il sottosegretario all’Econo­mia Nicola Cosentino, l’assessore re­gionale all’Ambiente Walter Ganapini e un nutrito gruppo di esperti che si sono confrontati sul tema dell’inqui­namento.

    Incontro per addetti ai lavo­ri, con circa trecento rappresentanti degli stabilimenti turistici balneari dei litorale flegreo (guidati da Salvato­re Trinchillo, di Varca d’Oro) e napole­tano (Luigi Morra del Bagno Elena, leader regionale di categoria). Gaetano Montefusco, dell’associa­zione Costa dei Sogni, cerca come può di moderare il dibattito. Ma c’è chi grida, chi si accalora, chi lancia in­sulti all’assessore Ganapini il cui inter­vento è fra i più attesi. I facinorosi pre­mono — ed è necessario chiamare la polizia provinciale per far rientrare la protesta — le aziende che rappresen­tano sono al collasso e per molti è fini­ta anche la pazienza. L’inquinamento, i vermi, i coliformi fecali in soldoni, per questi signori, rappresentano sta­bilimenti vuoti, personale licenziato, migliaia di famiglie in difficoltà. Ma Cesaro e Ganapini vanno avanti e i dati che presentano sono del tutto positivi. Anche se l’assessore regiona­le fa una premessa: «I problemi — spiega — che si sono accumulati in trenta anni non possono essere risolti in tre settimane. Ma dai risultati delle analisi dell’Arpac di ieri il mare è bal­neabile ». Ma c’è la paura, da contrastare, la psicosi di massa che ha portato a di­sertare i lidi flegrei. «I controlli ci so­no — dice Ganapini — e posso dire che non c’è né allarme sanitario né di­sastro ambientale. Laddove c’è scritto che il mare è balneabile è balneabile. Nessuna isteria è giustificata».

    Quan­to alla presenza di vermi, sono in cor­so verifiche alla Stazione Zoologica Anton Dohrn ma Ganapini ritiene che si tratti di «esche usate per pescare che sono risalite perché la sabbia si è saturata di acqua. Non ci risultano ca­si di malattie riferite alla presenza di questi fermi». Sugli impianti di depurazione del li­torale flegreo Ganapini ha ricordato che con la Hydrogest, che si è aggiudi­cata l’appalto, non ci sono più penden­ze e che a questo punto la ditta, «an­che se non ha più interesse a nuove sfide, dovrà investire 20 milioni entro settembre e 130 in un anno».

    Tuttavia il problema depuratori esiste. «Facen­do un paragone automobilistico, è co­me se prima avessimo delle Maserati che oggi si sono ridotte a delle Topoli­no. Gli impianti realizzati con la Cassa per il Mezzogiorno — ricorda — era­no validi, ma è mancata la manuten­zione, sono stati smembrati, e così ora il litorale domizio affanna». Litora­le dove l’assessore regionale ha avvia­to un’operazione di bonifica delle spiagge che è partita da Villa Literno e che arriverà a Licola. «Un’operazione — aggiunge — per cui c’è il plauso an­che degli albergatori, fra cui la fami­glia Coppola. Imprenditori e industria­li con i quali concorderemo anche le modalità di interventi per il progetto delle condotte sottomarine e delle gra­te ». Ma la folla rumoreggia, cerca di so­praffare Ganapini con domande insi­diose, urlando, la rissa è quasi dietro l’angolo. L’assessore, stentoreo, conti­nua e ricorda che le condotte a mare possono essere considerate, ma solo per le acque trattate. E poi alza quasi la voce ricordando che Pozzuoli scari­ca dritto a mare e che ci sono decine e decine di ville abusive che scaricano nei pozzi. Il sottosegretario Cosentino non ha dubbi. Ci vuole un commissario per la bonifica del litorale domitio-flegreo, 40 chilometri di costa inquinata tra Li­cola e il Garigliano, sul modello di quanto fatto per la bonifica del fiume Sarno.

    Cosentino, che si farà promoto­re del varo di una legge speciale attra­verso un’intesa tra Regione e Gover­no, incassa il primo sì alla proposta proprio da Ganapini che propone l’istituzione di un tavolo interistituzio­nale che il presidente Cesaro convoca per domani. Ma Cesaro pensa anche ad una cam­pagna di sensibilizzazione per a tran­quillizzare le popolazioni lo studio di forme di incentivazione del turismo pendolare. «La situazione del mare in provincia di Napoli — spiega — non è cambiata rispetto allo scorso anno. Se era balneabile la scorsa estate, lo è anche quest’anno. Ogni allarmismo appare pretestuoso e fuor di luogo». E poi c’è la questione Napoli, dove il li­mite dei colodormi fecali presenti nel­l’acqua è di un livello otto volte suoe­riore a quello cosentito. «E perciò l’Asl ha fatto bene a chiedere la non balneabilità» tuona l’assessore.

    Anna Paola Merone
    22 luglio 2009

  • Mare sporco, Regione contestata. Patto con il governo per la bonifica. (da "Il Mattino" 22.7.2009)

    di GERARDO AUSIELLO
    NAPOLI (22 luglio) - Un patto tra Regione e governo per bonificare il litorale domitio-flegreo dall’inquinamento e consentirne la piena fruibilità dopo decenni di divieti. Protagonisti dell’accordo bipartisan sono l’assessore all’Ambiente di Palazzo Santa Lucia Walter Ganapini e il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino che hanno stabilito di avviare, già da domani, un tavolo interistituzionale per mettere in campo soluzioni efficaci.

    «Non escludiamo - ha spiegato Cosentino - di chiedere una legge speciale con la nomina di un commissario ad hoc per i 40 chilometri di costa inquinata tra Licola e il Garigliano, sulla scia di quanto fatto per il fiume Sarno. Si dovrebbero, inoltre, commissariare i Comuni che non si dotano di sistemi di depurazione delle acque, così come previsto per la raccolta differenziata». Il sottosegretario ha infine lanciato l’idea di dar vita a ronde marine per vigilare sugli sversamenti illegali. «Queste proposte meritano attenzione - ha risposto Ganapini - e siamo pronti a collaborare, soprattutto sul fronte delle bonifiche».

    L’accordo è stato raggiunto durante l’incontro con i balneatori organizzato a Palazzo Matteotti dal presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro con gli assessori Luigi Muro e Giuseppe Caliendo e moderato dall’avvocato Gaetano Montefusco. Il confronto è stato teso e serrato e non sono mancati i momenti di tensione, quando gli operatori del settore hanno contestato duramente lo stesso Ganapini. «Basta, siamo stanchi delle parole. Vogliamo tempi certi» hanno tuonato alcuni di loro. Ma l’assessore ha replicato punto per punto ai rilievi mossi: «Hydrogest ha firmato un contratto e deve rispettarlo investendo 20 milioni di euro entro settembre e altri 130 milioni l’anno prossimo per migliorare i depuratori. Non si può pensare, comunque - ha aggiunto - di risolvere in tre settimane un problema datato trent’anni. Gli impianti stanno funzionando bene ma è come se prima avessimo delle Maserati che oggi si sono ridotte a delle Topolino».

    Nel frattempo però, per effetto dei danni ambientali prodotti dal mancato funzionamento del depuratore di Cuma e dalla psicosi generale, le spiagge del litorale domitio-flegreo vengono disertate dai bagnanti: «In alcuni giorni non abbiamo neppure un cliente - ha raccontato il presidente di Assobalneari Antonio Cecoro - siamo disperati, sono a rischio migliaia di posti di lavoro». La situazione è preoccupante anche a Napoli, come confermato dal presidente regionale del Sindacato balneari Mario Morra: «Il calo di presenze ha raggiunto il 70%, solo in città potrebbero essere licenziate 200 unità. Per noi la stagione è già finita». Ma le acque sono davvero inquinate? «I risultati dell’Arpac di lunedì ci dicono che il mare è balneabile - ha chiarito Ganapini - La situazione è sotto controllo, dunque no a psicosi o isterie». «Il monitoraggio viene effettuato costantemente e in modo capillare - ha aggiunto - Non esiste, al momento, alcun allarme sanitario né ambientale. Laddove c’è scritto che il mare è balneabile, lo è realmente».

    Quanto alla presenza di vermi l’assessore ha spiegato che sono in corso verifiche alla stazione zoologica Anton Dohrn: «Si tratta probabilmente di esche usate per pescare e che sono risalite perché la sabbia si è saturata di acqua. Non ci risultano casi di malattie». Proprio per rassicurare i cittadini, nei prossimi giorni a Napoli potrebbero partire le «ronde per il mare pulito», proposte dall’ex assessore provinciale all’Ambiente Francesco Borrelli. Se ne discuterà oggi a Palazzo San Giacomo.

  • Anche il mare ha i suoi Avvocati

    di Claudio Pucci - NAPOLIPIÙ DEL 29 LUGLIO 2004