Monumento alla Vergogna
"Quando cercano di convincermi che le battaglie perse in partenza, per la preponderanza degli avversari, non si combattono, riesco ancora ad indignarmi anche se non so esattamente per quale motivo: forse perché il mio eroe preferito era Leonida."
Rimasto solo nella battaglia avviata nel 1995 assieme ad oltre diecimila creditori degli enti locali contro il governo italiano e gli oltre 400 comuni in dissesto, tra cui quello di Napoli amministrato da Antonio Bassolino, Gaetano Montefusco apprende che se i suoi clienti hanno firmato un accordo capestro per necessità, non tutti hanno chinato il capo, ci sono ancora 1.313 creditori che lui non conosce ma dai quali è conosciuto, creditori che seguono i suoi articoli, le sue interviste e che non hanno chinato il capo.
Ed è per questi 1.313 creditori che hanno creduto in lui che Montefusco scrive “Monumento alla vergogna.” Sottotitolo “Anatomia di una mistificazione.” Lo fa per lasciare un segnale di quanto accaduto a Napoli e in Italia negli anni 90 in materia di contabilità pubblica, in particolare degli enti locali.
Montefusco prosegue poi la lotta sino al 2006 anno in cui i creditori del comune di Napoli vengono finalmente pagati per intero e con gli interessi dal sindaco Rosa Russo Iervolino e dal suo assessore Enrico Cardillo.
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Io so bene che è questa è una battaglia difficile, e so che è più facile perderla che vincerla, eppure continuo a lottare, con gli scarsi mezzi che ho a disposizione, sottraendo tempo alla famiglia, allo svago ed al riposo. Lo faccio con serenità e fiducia, perché ho un vantaggio enorme sulle mie controparti, anche se i loro nomi sono altisonanti e le loro cariche pubbliche sono prestigiose.
Questa legislazione astrusa si è inasprita con il Governo Prodi e resta tale con il Governo D’Alema, ma è stata voluta, inizialmente, da Ciampi, da Amato e le modifiche sono state sollecitate da Napoli quando al Ministero dell’Interno, che si occupa di finanza locale, c’era Giorgio Napolitano ed al governo della città l’attuale sindaco, già Ministro del Lavoro e Presidente in pectore della Campania, la mia regione.
Nomi che ho citato a memoria, quelli che ricordo tra i più importanti, ed ai quali potrei aggiungere Dini, che ha pubblicamente sostenuto che i debiti di Napoli non li ha fatti Bassolino, come se fosse un argomento, e quelli ancora di centinaia di uomini di potere, di fronte ai quali io sono niente, solo un avvocato, uno come tante decine di migliaia di miei colleghi che, ogni mattina, affollano le aule dei tribunali italiani, per chiedere giustizia per i clienti che rappresentano.
Sono solo un avvocato ma ho un vantaggio enorme su tutte le mie controparti perché, per quanto loro siano eccellenti ed importanti, questa non è una soltanto una lotta per far pagare il dovuto ai miei assistiti, ma è una lotta per il diritto e se io sarò sconfitto non ci saranno vincitori.
Se il diritto soccombe, dinanzi alla ragione politica, priva ormai di serie giustificazioni, come ho provato a dimostrare, perdono tutti e non c’è, in questa vicenda, una sola valida ragione, che non sia il desiderio di affermare la brutalità del potere, che giustifichi il ricatto in danno dei creditori degli enti in dissesto per costringerli a firmare quel documento che definiscono transazione.
Una transazione imposta per legge, uguale per tutti. Per chi ha qualche fattura e per chi ha sentenze passate in giudicato, per chi ha onestamente operato e per i malfattori, se malfattori vi sono, un accordo, infine, dove una delle parti, il creditore, non è neanche stato interpellato.
Mi avevano insegnato che per stipulare un contratto era necessario l’incontro di più volontà, dovrò spiegare ai miei figli, che studiano giurisprudenza, che non è così perché si possono fare accordi anche se lo decide una sola parte quando questa parte ha il potere di fare leggi.
Ai miei ragazzi, che frequentano solo l’Università, e non ancora i Tribunali, dove si subisce l’impatto con la realtà dell’amministrazione della giustizia, e che sono convinti che le fonti del diritto siano soltanto quelle che trovano sui loro testi e sui codici, dovrò anche spiegare che, all’improvviso e da qualche anno, si è inserita una nuova fonte primaria che è il comportamento legislativo.
Sì, perché quando non si possono promulgare leggi che violano la Costituzione si usa ormai la tecnica dell’aggiramento dei dettami costituzionali, come è stato fatto per il piano di consolidamento e d’abbattimento dei debiti comunali.
La Corte Costituzionale ha affermato che i creditori dei comuni in dissesto devono ottenere il pagamento integrale dei propri crediti compresi gli interessi?
Paghi la Consulta, rispondono i governanti, perché noi non paghiamo e giù una sfilza di decreti legislativi che con aggiunte, modifiche e sostituzioni, consentono comunque di ingabbiare i diritti dei creditori ed agli enti di non pagare.
Ed ogni singola norma in sé appare costituzionale ma alla fine quei creditori che avrebbero dovuto avere i soldi stanno lì, in attesa di un acconto che non arriva, e non si vorrebbe fare arrivare, fino a quando essi non avranno passato le forche caudine della transazione o – per dirla con Padre Rastrelli – dell’estorsione.
Nessuno, però, di quelli che otterranno questo mortificante risultato, di risanare cioè gli enti locali, arricchendoli a danno dei creditori, potrà andare fiero di ciò che è accaduto a Napoli ed in Italia in questi anni, perché il risultato più ambito, che era quello di mistificare la verità, facendo passare per miracoloso risultato, nel silenzio delle vittime del piano, un risanamento ottenuto semplicemente con la violenza della legge ingiusta e di comportamenti amministrativi, pari all’ingiustizia delle norme, non è stato ottenuto.
Può darsi che i 1.313 creditori che non hanno ancora accettato la transazione, tra qualche mese o tra qualche anno, saranno costretti a cedere e la vicenda del dissesto finanziario della città di Napoli andrà definitivamente in archivio, ma se si voleva portare a compimento, nell’indifferenza generale, il curatissimo progetto per la soppressione dei diritti di coloro che vantano crediti nei confronti degli enti locali, ciò non è stato possibile.
La soluzione finale, per conseguire l’indecoroso obiettivo di coartare chi ha un diritto a rinunciarvi, sarà ricordata da molti e fin quando ci saranno creditori, che vorranno continuare a lottare per il riconoscimento dei propri diritti, mi avranno vicino, anche senza pagarmi una lira di onorario, neanche i soldi per la carta bollata, fino a quando non incasseranno il proprio denaro, onestamente guadagnato.
Continuerò a pormi con loro, inerme cittadino, contro l’arroganza del potere politico correndo il calcolato rischio di esserne schiacciato, alla stregua di un insetto fastidioso.
Ma se, alla fine, tutti quanti i creditori si stancheranno e chineranno il capo subendo l’imposizione, non ne farò un dramma.
L’avere costretto dei cittadini, che reclamano i propri diritti, a trasformarsi in sudditi, grati a chi gli ha voluto concedere elemosine sarà per me una sconfitta, ma non sarà mai una vittoria per nessuno, perché rimarrà una testimonianza, non certo edificante, della tracotanza del potere che i nostri figli, rileggendo attraverso le raccolte delle Gazzette Ufficiali della Repubblica Italiana, dove troveranno traccia di questo ammasso di leggi, individueranno come un vero e proprio monumento alla vergogna.
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